Le libertà perdute

di Emanuela Melchiorre – 24 novembre 2007

comparso su www.ragionpolitica.it

Da molti anni sembra essersi affievolita la reazione al regime fascista che, unitamente ad altri fattori positivi, ha ispirato, nell’immediato dopoguerra, alcuni principi fondamentali posti a base della carta costituzionale. Non tutti gli istituti nati su quell’onda emotiva, però, si sono dimostrati nel tempo interamente positivi. Gli esempi più evidenti di una reazione esagerata all’odiato regime fascista sono un parlamento costituito da due camere con identiche funzioni e composte da troppi membri, produttore di innumerevoli leggi e di spese illimitate; un presidente del consiglio dai poteri limitati e un governo caduco e privo del pieno controllo delle spese pubbliche; un potere oltremodo frammentato fra governo, regioni, province e comuni; una magistratura completamente autonoma e spesso in contrasto con il governo; un’originaria legge elettorale proporzionale pura.

Effetti certamente positivi ha prodotto, invece, la riaffermazione di alcune libertà fondamentali. Si tratta, fra le più importanti, delle libertà economica, di pensiero e di parola, di informazione, di circolazione, della tutela della proprietà e della sfera privata, dell’inviolabilità del domicilio. Tali diritti, riaffermati dalla Costituzione, avevano restituito al cittadino una sensazione di generale libertà e posto giusti limiti alla tentazione dello stato di sacrificare la dignità dei singoli. Sennonché, lentamente, e quasi impercettibilmente, è iniziato, ad un certo momento, un processo contrario, che, limitando progressivamente le libertà riconosciute come sacre e inviolabili, sta sempre più riaffermando una preponderanza delle esigenze dello stato, che di fatto restringono il campo delle libertà costituzionali.

Prima fra tutte le limitazioni è la crescente pressione fiscale, che tende inesorabilmente a superare la metà del reddito prodotto, se è vero che lo stato incassa attualmente il 43,1% del Pil e che stima intorno ad un ulteriore 25% la quota che ne dovrebbe ancora prelevare, perché frutto di evasione fiscale secondo le leggi attuali. A fianco di questa macroscopica limitazione dell’attività economica dei cittadini, un processo più capillare di compressione delle scelte si è sviluppato in modo sempre più intollerabile. Già la riforma sanitaria, iniziata negli anni Settanta, che pure ha esteso il diritto alla salute a tutti i cittadini, ha comportato, con l’obbligo di scegliere il medico di base solo nell’ambito del luogo di residenza, una prima obbiettiva difficoltà a curarsi per chi abiti provvisoriamente, per necessità familiari o per motivi privati, fuori sede. Le varie riforme scolastiche successive al ‘68, privilegiando la scuola pubblica a discapito dell’insegnamento privato, hanno creato di fatto una sorta di monopolio, di sclerosi e di decadimento della cultura.

Rotti gli argini del rispetto della libertà di scelta dell’individuo, una serie continua di norme specifiche ha contribuito a limitare, con crescente accanimento, l’ambito di autonomia dei singoli, con lo scopo prevalente, anche se non sempre dichiarato, di sottrarre ad essi quote crescenti di disponibilità finanziarie, da consegnare ad uno stato sempre più inefficiente e spendaccione. Alcuni esempi sono sotto gli occhi di tutti. Basti ricordare le continue limitazioni alla libertà di circolazione nel territorio nazionale poste dai pedaggi per l’ingresso nelle autostrade, dalle zone a traffico limitato nei centri cittadini, dalle strisce blu, che creano aree di sosta riservata o a pagamento, dai tickets stabiliti per l’ingresso delle autovetture in alcune città.

Si può aggiungere il peso crescente dei numerosi provvedimenti che, in contrasto con la tanto decantata tutela della privacy, garantito dall’articolo 13 C., hanno consentito di tappezzare di autovelox le strade nazionali, di installare videocamere su migliaia di semafori e per delimitare le zone a traffico limitato. Si può citare il timore diffuso di parlare in libertà con familiari, parenti o amici al telefono o anche nel proprio ufficio o domicilio, perché forte è il rischio di intercettazioni telefoniche o ambientali, limitatrici della libertà di comunicazione. Crescenti sono anche i limiti alla libertà di informazione, di cui all’art. 21 C., posti dalle ricorrenti minacce di sanzioni ai giornalisti che violino il segreto istruttorio, e dai divieti posti ad alcuni di essi di partecipare a trasmissioni televisive, o dagli ostacoli ai politici di svolgere libera propaganda elettorale, per rispetto del principio illiberale della par condicio.

Pesanti stanno diventando anche i limiti all’attività economica posti con l’obbligo agli istituti di credito di comunicare all’amministrazione finanziaria i movimenti contabili dei loro clienti, con gli obblighi di emettere assegni non trasferibili e con i divieti di effettuare in contanti numerosi pagamenti. Grave appare, d’altra parte, l’attentato alla proprietà privata ed alla inviolabilità del domicilio da parte di alcune sentenze della magistratura, che affermano che le occupazioni di immobili da parte di persone in stato di bisogno non costituisce più reato. Esagerata è, infine, l’ordinanza del comune di Napoli (!) che vieta di fumare anche nei parchi pubblici, all’aria aperta, considerando ciò una minaccia all’igiene ambientale. Purtroppo esistono numerose persone che non si accorgono ancora che tale processo di privazione delle libertà sta dilagando o che lo giustificano troppo facilmente con la necessità di difendere il bene comune. Ma è importante rimarcare con forza il fatto che le eccessive privazioni delle libertà personali a causa della ragion di stato hanno spesso costituito la premessa per la rinascita di uno stato autoritario.

Emanuela Melchiorre


Discussione su DITEMI VOI DI COSA VOGLIAMO PARLARE

 

Citazione

DITEMI VOI DI COSA VOGLIAMO PARLARE
Tenuto da: Emanuela Melchiorre
Data e ora: domenica 25 novembre 2007 alle 18.00
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UN PALCO ALL’OPERA

Per completare gli studi universitari in Giurisprudenza iniziati a Genova Norberto, nel 1970, si è trasferito da Imperia a Roma.

Durante il terzo anno di corso, nel 1971, ha conosciuto Felicia.

Nel 1972, alcuni giorni prima della discussione della tesi di laurea, l’ha, quindi, sposata.

Felicia lavora, in questo periodo, in una casa di produzione cinematografica, la Clesis s.p.a. di Silvio Clementucci. Norberto deve, invece, iniziare a lavorare il mese successivo, come praticante procuratore e segretario presso lo studio legale dello zio Carmine.

Le spese della casa assorbono, in questo primo anno di matrimonio, tutte le loro risorse ed energie.

Nel 1973 Felicia attende la nascita di Vittorio.

Sebbene Norberto abbia ottenuto, nel frattempo, un lavoro da impiegato presso le Ferrovie dello Stato, le loro condizioni finanziarie non sono ancora floride. Non possono certo permettersi di andare spesso a teatro.

Tuttavia, lo zio Carmine, superstite della battaglia di Leningrado, dove ha riportato una grave ferita alla testa, grande invalido di guerra e presidente della omonima Associazione Mutilati ed Invalidi di Guerra, patrocinata dalla Presidenza della Repubblica, gode spesso della disponibilità di alcuni biglietti omaggio per i teatri di prosa o per il teatro dell’opera di Roma.

Quel giorno pensa di regalarne tre, che gli sono rimasti, ai due giovani sposi, per distrarli dai loro problemi quotidiani.

Gli sposi accettano volentieri di concedersi una serata di svago al Teatro dell’Opera, ove rappresentano un balletto  loro sconosciuto, Coppelia, di Léo Delibes, che Maria Luisa, sorella di Norberto, pianista dilettante ed appassionata di musica classica, ritiene delizioso.

Nonostante ella sia reduce da un incidente con gli sci e vistosamente claudicante, si offre di accompagnarli, usufruendo del terzo biglietto in loro possesso.

Alle 20,30, con un certo anticipo rispetto all’inizio dello spettacolo, a bordo della Fiat Cinquecento color senape di Norberto, priva di un faro e piuttosto ammaccata a causa di un vecchio incidente, parcheggiano in Piazza Beniamino Gigli, proprio davanti l’ingresso del Teatro dell’Opera, ex Teatro Costanzi.

Poiché l’inizio del balletto è previsto per le ore 21,00, decidono di gustarsi, nell’attesa, un buon cono gelato, nella vicina cremeria.

Felicia, un po’ ingombrante ed impacciata per via del suo pancione, non riesce a trattenere una goccia di cioccolato, che va a macchiare il suo vestito pre-maman, proprio al centro del pancione. A nulla valgono le cure poste per eliminare la macchia che, strofinata con un fazzoletto di carta, si è un po’ schiarita, ma anche notevolmente allargata.

Il terzetto, Maria Luisa claudicante e Felicia maculata, torna verso il Teatro dell’Opera.

I posti del parcheggio sono ormai tutti occupati. Ma accanto alla Cinquecento di Norberto sostano tutte autovetture di grossa cilindrata, linde e fiammanti, per lo più Mercedes, BMW o prestigiose Lancia. Dagli sportelli aperti dagli chauffeurs discendono personaggi in abito da sera, con pellicce di visone, gioielli splendenti ed acconciature impeccabili.

Norberto comincia a temere che si tratti di una prima rappresentazione e che la loro autovettura, il loro abbigliamento ed il loro stato fisico non siano i più adatti all’occasione.

Alle sue incertezze Maria Luisa risponde con decisione che i loro biglietti sono validi per un palco riservato, che il balletto è magnifico, che la loro autovettura è ormai bloccata dalle altre autovetture parcheggiate e che debbono, pertanto, assolutamente entrare in teatro ed occupare i loro posti.

Presentano i biglietti alla maschera, che li scruta perplessa, esamina accuratamente i biglietti, li scruta ancora più perplessa e, quindi, con uno: “Scusino, vogliano attendere un momento”, si allontana. Riappare subito dopo accompagnata da un distinto signore, che si qualifica come il direttore del Teatro: “Signori – dice – con i biglietti in loro possesso, intestati alla Presidenza della Repubblica, non posso certo impedire  l’ingresso in teatro. Li farò, quindi, entrare da un ingresso riservato, ma solo se mi promettono che non usciranno dal loro palco durante l’intervallo tra i due atti e che non metteranno assolutamente piede nel salone di intrattenimento”.

Acquisito il loro più solenne assenso, il direttore li fa accompagnare dalla maschera attraverso un corridoio secondario al palco loro riservato, posto proprio a fianco di quello presidenziale.

Ha inizio il balletto.

La musica è facile, ricca di motivi orecchiabili e brani di gusto popolaresco. La coreografia mostra un perfetto equilibrio tra danza e pantomima, un tocco sempre garbato negli assoli, un bel movimento nell’insieme. La favola, che racconta della gelosia di Svanilda nei confronti della bella bambola Coppelia, di cui il suo fidanzato è innamorato, e del trionfo della sua astuzia e del suo amore, è leggera e fantasiosa.

Felicia si sforza di gustare il balletto, ma non è una grande appassionata di musica classica e non conosce la trama della rappresentazione. Un po’ per tutto questo, un po’ perché il peso del pancione le provoca smania alle gambe e ripetuti crampi, comincia a dare in escandescenze.

All’intervallo tra il primo ed il secondo atto ha raggiunto il culmine ed esaurito la sua capacità di resistenza. Vuole andare assolutamente via perché non riesce più a stare seduta, né ferma.

Norberto e Maria Luisa devono fare buon viso a cattivo gioco. Riescono a trattenere Felicia fino al suono del segnale di fine intervallo. Dopodiché, ritenendo che tutti gli spettatori siano rientrati in platea o nei loro palchi, Norberto guida il terzetto lungo quello che gli sembra lo stesso corridoio percorso al loro ingresso in teatro.

Nell’aprire la porta in fondo al corridoio, i tre si trovano, invece, davanti ad un immenso foyer illuminato a giorno, dai mille lampadari di cristallo, costellato di specchi e di stucchi decorati, dal pavimento di marmi policromi, ancora affollato di dame in pelliccia e da uomini in abito di gala.

Non possono tornare indietro perché Felicia si sente mancare.

Con un’esortazione di Norberto intraprendono, allora, un veloce attraversamento del salone, verso quella che, dall’altra parte, sembra essere la porta di uscita.

Felicia apre la fila con il suo pancione maculato.

Norberto la sostiene.

Maria Luisa, zoppicante, si attarda ad ammirare i cristalli, gli specchi, i marmi, i decori, le pellicce ed i gioielli.

Alle sue ripetute esclamazioni di stupore Norberto risponde: “Vieni avanti e non fare la fanatica!”

In quel momento gli occhi di Norberto incrociano quelli, fulminanti, del direttore del teatro.

Nessuno dei due pronuncia una parola, ma il momento è davvero imbarazzante.

Finalmente i tre superano la porta in fondo al salone ed escono all’aperto, a riveder le stelle.

 

 

15 giugno 2005


L’INGANNO DEL FISCO: RIDUZIONI REALI PER ARRICCHIMENTI NOMINALI

 

 

Se si prova ad interrogare per la strada cento persone in merito alle loro opinioni sui recenti aumenti delle tasse previsti dalla finanziaria approvata dal governo Prodi, nonostante l’evidente inutile rapina è facile trovarne ancora molte che rispondono in primo luogo che è giusto che i ricchi paghino le tasse e, in seconda battuta, che, in ogni caso, è necessario finanziare le spese che lo Stato sostiene per le pubbliche necessità.

Un opinionista che creda fermamente nella democrazia non può sottovalutare una convinzione popolare così diffusa e radicata e, in fin dei conti, anche se la formulerebbe in modo diverso e reputasse che abbia bisogno quantomeno di alcune precisazioni, deve valutare positivamente una disponibilità generale a rinunciare a quote rilevanti di reddito per sovvenire ai bisogni sociali: certamente la solidarietà sociale è preferibile all’odio di classe, alla rivoluzione permanente, alla lotta continua.

Compito del giornalista è, tuttavia, specialmente in un paese democratico, anche quello di interpretare le opinioni della gente e, in certo qual modo, cercare di indirizzarle sulla base di una visione della realtà più consapevole e di argomenti meno istintivi e più razionali.

Di fronte a quelle risposte comuni a tanta gente rileva, pertanto, che esse non denotano soltanto una disponibilità a provvedere alle necessità dei più deboli, ma sottintendono, per lo più, anche la convinzione che siano soprattutto gli altri (i ricchi) a potere e dovere sovvenzionare gli oneri generali.

In una società occidentale, ed in quella italiana in particolare, basata sulla Costituzione, le imposte dirette, di fatto, sono generalmente ispirate a criteri di progressività. Le imposte sul reddito delle persone fisiche (ma non quelle sulle società, né quelle indirette), pertanto, gravano in misura più che proporzionale sui possessori di redditi più elevati (i ricchi).

Questo sacrosanto principio, oltre agli evidenti benefici che può apportare, di redistribuzione di una parte delle ricchezze, rende altresì più accettabile alla generalità dei cittadini ogni aumento della pressione fiscale, nella convinzione che essa colpirà i ricchi in maniera maggiore, se non esclusiva.

Purtroppo, sono pochi gli osservatori attenti,  e quasi nessuno tra gli uomini della nostra ipotetica intervista sulla strada, che si accorgono di alcuni inconvenienti derivanti dalla progressività dell’imposta, da una pressione fiscale crescente, da un’inflazione inarrestabile, da un debito pubblico molto rilevante.

Prima di descrivere il meccanismo perverso, indicato come “l’inganno del fisco”, è interessante notare che nella storia recente della nostra Repubblica la pressione fiscale (imposte/reddito), anche e soprattutto grazie al principio della progressività, è andata aumentando nei decenni in misura impressionante, fino al limite della insostenibilità, e sempre meno a carico dei ricchi e sempre più a carico delle fasce di reddito sottostanti.

In mancanza di dati omogenei disponibili, per meglio descrivere il fenomeno, si ipotizzi, per la generalità della popolazione, un aumento, abbastanza verisimile, e approssimato per difetto, dal 15% (nel 1950) al 43% (nel 2000).

Il solito cittadino della strada intervistato risulterebbe abbastanza indifferente anche di fronte all’illustrazione di un fenomeno di tale portata, sempre nella convinzione, inconfessata, che siano soprattutto i ricchi a subire una siffatta pesante decurtazione del proprio reddito. Semmai, imprecherebbe contro l’evasione, che permette sempre e solo a loro di farla franca.

Se si concentra, invece, lo sguardo su di una parte di popolazione che non rientra sicuramente nella categoria dei ricchi, ma è certamente più vicina a quella che, con le inevitabili approssimazioni, viene chiamata “ceto medio”, e cioè la categoria degli impiegati, si giunge a conclusioni opposte.

Ipotizzando, per gli stessi anni dal 1950 al 2000, per questa categoria una crescita del reddito nominale da 100 (nel 1950) a 2000 (nel 2000), di quello reale da 100 (nel 1950) a 350 (nel 2000) e della pressione fiscale dal 15% (nel 1950) al 50% (nel 2000), si deduce che un reddito reale cresciuto per effetto dell’aumento della produttività da 100 a 350 viene facilmente ridotto, per una categoria a basso o medio reddito, a 140, a causa dell’aumento della pressione fiscale, e per il duplice effetto dello slittamento verso l’alto delle aliquote progressive e della regressività delle imposte indirette.

Tale fenomeno si spiega, tra l’altro, con il fatto che le aliquote aumentano progressivamente non in relazione all’incremento del reddito reale, ma all’incremento di quello nominale, che, per effetto dell’inflazione, è sempre superiore a quello del reddito reale.

Per la classe dei veri ricchi, invece, il tetto massimo dell’aliquota fiscale, ove non venga ridotto,  rimane pressoché invariato, perché è l’unico che è ritenuto a volte troppo pesante.

Il loro reddito reale, pertanto, non viene molto penalizzato dall’effetto perverso delle aliquote progressive e viene favorito dalla regressività delle imposte indirette, che colpiscono più pesantemente categorie ad alta propensione al consumo. Anzi, trattandosi per lo più non di reddito fisso, ma variabile, esso si può sempre adeguare senza ritardi ad imposte più elevate attraverso un rapido rialzo dei prezzi.

Un primo rimedio semplice a tale fenomeno potrebbe consistere nel rimodulare costantemente le aliquote fiscali in rapporto agli aumenti intervenuti nel reddito reale, e non a quelli del reddito nominale.

Un secondo rimedio esigerebbe la riduzione drastica e definitiva del debito pubblico, perché quasi tutte le imposte pagate dagli impiegati non vanno a finanziare le spese sociali, ma a pagare gli interessi dei creditori dello Stato (per definizione i ricchi!).

Questa soluzione significherebbe, però, tra l’altro, di dover eliminare veramente tante spese pubbliche di scarsa o di nessuna utilità. Ad un sacrificio del genere non si è mostrato seriamente disposto quasi nessun governo italiano, e tanto meno gli attuali governanti della nazione o degli enti locali (che non solo appartengono alla classe dei ricchi, ma possono navigare bene in un mare di milioni di miliardi).

7 ottobre 2006


Le pensioni di anzianità in regime transitorio. Necessità economica o inutile vessazione?

 

Nel mese di settembre 1992 il dipendente di una USL romana, un dipendente di sesso maschile, prossimo ai 50 anni di età, decide di presentare la domanda di collocamento a riposo con decorrenza I agosto 1993, giorno in cui, compiuti i 24 anni, 6 mesi ed 1 giorno di anzianità di servizio, avrà maturato, in base alla vigente normativa (art. 18 L. 26.7.65, n. 965), il diritto alla pensione di anzianità, nella misura dello 0,53888 dell’ultimo stipendio.

 

Proviene dal parastato ed è transitato al Servizio Sanitario Nazionale nel 1980, insieme ad altri suoi colleghi.

 

Fin dall’inizio é consapevole che in conseguenza della riforma sanitaria dovrà accettare trasferimento del posto di lavoro, nuove funzioni, riqualificazione professionale, incertezza di carriera e quant’altro potrà derivargli dal passaggio da un comparto di lavoro organizzato e stabile ad uno nuovo, completamente da edificare.

 

Di una condizione particolare e favorevole, però, può essere certo: che, invece di accedere alla pensione con un minimo di 35 anni di anzianità (pensione INPS), vi potrà accedere anche con 24 anni, 6 mesi ed 1 giorno (pensione CPDEL).

 

ln tale prospettiva, quindi, accetta di passare al Servizio Sanitario Nazionale ed intraprende la riorganizzazione della vita sua e della sua famiglia. Sua moglie, dipendente statale, avendo già maturato il diritto alla pensione di anzianità, ottiene, nell’agosto 1992, il collocamento a riposo ed il trattamento di quiescenza. Entrambi laureati, hanno deciso, infatti, di dedicarsi congiuntamente ad un’attività professionale. Sono persino riusciti, dopo molti anni, con estrema fatica e con notevoli spese, a liberare dal conduttore un piccolo appartamento di loro proprietà, che hanno completamente ristrutturato ed arredato, e che intendono destinare a studio per la loro professione e, un domani non lontano, per quella dei loro due figli, studenti universitari,

 

Corrono voci insistenti di una riforma dei sistema pensionistico, che inevitabilmente comporterà, fra le altre misure, una restrizione  graduale dei trattamenti di anzianità. Ma è sicuro, come l’intelligenza, la giustizia, le promesse dei politici e le dichiarazioni dei massimi esperti del diritto del lavoro e dei sindacalisti di grido inducono a ritenere, che i diritti acquisiti saranno rispettati, che il trapasso al nuovo regime avverrà gradualmente, che le innovazioni riguarderanno esclusivamente il futuro e che coloro che si trovano alle soglie della pensione potranno essere penalizzati, ma solo in relazione al periodo mancante.

 

D’altra parte, anche la storia remota e prossima dell’istituto delle pensioni di anzianità e di tutti i progetti di riforma previdenziale inducono a ritenere che il passaggio sarà lento e rispettoso degli impegni assunti nei confronti dei cittadini che hanno assolto il loro dovere di lavoratori ed hanno sostenuto il loro onere contributivo. Orgoglioso e sereno, ai colleghi profeti di sciagure, ricorda che il progetto Scotti (anni Ottanta) non fu approvato in Parlamento perché troppo severo. Anche il progetto Marini (1991) -aggiunge- rispettoso delle posizioni acquisite e particolarmente attento a non rendere traumatico il passaggio dal vecchio al nuovo, compiutamente realizzabile solo dopo il Duemila, fu bloccato proprio dai socialisti (che con Amato detengono nel 1992 la presidenza dei Consiglio) proprio all’ultimo momento, perché oltremodo restrittivo per i dipendenti prossimi al pensionamento.

 

Il nostro protagonista, con queste osservazioni, tutte ispirate al buon senso, conserva la sua fiducia nella logica, nella giustizia, nella coerenza dei politici e nella buona fede dei sindacalisti.

 

Il 19 settembre 1992, invece, viene emanato il D.L. n. 384, che contiene misure urgenti in materia di previdenza, di sanità e di pubblico impiego e che, all’art. 1, sospende, fino al 31.12.93, l’applicazione di ogni disposizione che preveda il diritto a trattamenti pensionistici di anzianità.

 

Segue, con inusitata tempestività, il D. L.vo dei 30.12.92 che, con la tabella C, richiamata dall’art. 8, procrastina, per coloro che al 30.12.92 non abbiano compiutamente maturato il diritto a pensione, l’anzianità minima necessaria al conseguimento della pensione di anzianità.

 

li dipendente in questione, che, in base alla previgente normativa, al 31.12.92 avrebbe dovuto attendere 7 mesi ed 1 giorno per il conseguimento della pensione, si accorge che, sulla base della nuova tabella, potrà andare in pensione non prima dei 29 settembre 1994, Invece che 7 mesi ed 1 giorno, dovrà attendere 21 mesi.

"All’anima della gradualità" -pensa- Il periodo di attesa , nel suo caso, si è triplicato!

 

Attraversa, quindi, una discreta crisi esistenziale, che rischia di rimettere seriamente in discussione i programmi da lui incautamente accarezzati.

 

Tuttavia, dopo una seria riflessione, consapevole che la situazione economica e finanziaria della nazione è grave, si rassegna a pagare alla società l’eccezionale contributo che gli viene richiesto e ad attendete pazientemente il 29 settembre 94.

 

Alcuni giorni dopo, però, illudendosi di aver commesso qualche errore di interpretazione, si reca all’Ufficio delle Pensioni della USL, da cui dipende, per chiedere un parere a persone più competenti di lui.

 

L’ineffabile impiegata addetta a ricevere le domande di pensione, che della complessa fluida normativa ha approfondito diversi aspetti, gli spiega che, prevedendo l’art. 2 ter. della Legge 14.11.92. n. 438 un contingentamento delle attribuzioni delle pensioni di anzianità in regime transitorio, con scadenze fisse al 1 settembre di ogni anno, poiché egli matura, in base alla ricordata tabella, il requisito dell’anzianità minima contributiva il 29.9.94, potrà conseguire la pensione solo Il 1.9.95.

 

"All’anima della gradualità" pensa. Invece che 7 mesi ed 1 giorno, egli dovrà aspettare 32 mesi interi. La moratoria, nel suo caso, si è più che quadruplicata.

 

La nuova crisi esistenziale pare, a questo punto, assumere aspetti grotteschi di cronicità e di irreversibilità.

 

Purtuttavia, conscio che la situazione generale dei paese è sempre più grave, alla fine si rassegna al nuovo, incredibile sacrificio che gli viene imposto, e decide ancora di attendere.

 

Non può fare a meno, comunque, di confidare il suo disappunto ed il profondo scoraggiamento che lo attanaglia ad un caro amico, più fortunato di lui perché, in possesso di un’anzianità superiore di appena 8 mesi, è riuscito a conseguire la pensione prima della fatidica data dei 19.9.92, senza subire penalizzazione alcuna.

 

L’amico, con tutto il garbo possibile e con sincera contrizione, gli fa notare che la sua conoscenza della frenetica normativa emanata negli ultimi mesi è purtroppo incompleta e che egli ignora un’altra disposizione, non certamente volta a suo favore.

 

In sostanza, per effetto dell’art. 10 dei D.L.vo dei 30.12.92, n. 503, quello che egli sa essere stato il suo progetto, a lungo coltivato, di dedicarsi ad una libera professione, potrà ancora realizzarsi, ma a costi pressoché insostenibili, perché comporterà la rinuncia ad una quota rilevante di pensione (fino al 50%).

 

Quest’ultima scoperta sarebbe sufficiente a provocare un collasso cardiaco anche nel più remissivo e controllato dei cittadini, già alle soglie (si fa per dire!) della pensione.

 

Ma poiché il nostro protagonista vuole resistere senza deflettere alle avversità della congiuntura, si determina a sperare in un qualche miracolo, che lo svegli dall’incubo, nel quale sembra precipitato.

 

Il giorno 22 giugno 1993, invece, una notizia apparsa sul giornale quotidiano La Repubblica accresce il panico, già abbastanza diffuso fra i pubblici dipendenti in attesa di pensione. Il nuovo governo Ciampi si appresterebbe a presentare alle camere un altro progetto legislativo, che ridurrebbe gli importi delle pensioni di anzianità in proporzione al tempo occorrente a compiere il sessantesimo anno di età.

 

Immancabile segue la secca smentita, per bocca dei ministro Giugni, il quale nega che alberghi nell’animo dei governo di operare un simile taglio.

 

Immancabile segue la minaccia dei segretario generale della CISL D’Antoni di ricorrere a tutte le armi di cui il sindacato dispone per impedire ulteriori restrizioni alle pensioni.

 

Invariabilmente, secondo un copione ormai sperimentato, l’11 settembre 1993 il governo presenta alle camere il progetto della legge finanziaria per l’anno 1994, contenente la solita tabella, che regola la paventata decurtazione nella incredibile misura dei 2% per ogni anno di età inferiore al 60°.

 

Il nostro pensionando vacilla. Al 31.12.92 avrebbe dovuto attendere 7 mesi ed 1 giorno per conseguire una pensione pari allo 0,53888 dell’ultimo stipendio, che gli avrebbe consentito di intraprendere un’attività libero professionale; dovrà, invece, attendere 32 mesi, per ottenere una pensione pari allo 0,46000 ca (a causa degli effetti combinati degli ulteriori 25 mesi trascorsi in servizio e del tempo ancora mancante al compimento dei 60° anno di età), riducibile allo 0,23000 ca, se vorrà ancora svolgere un’attività professionale.

 

A questo punto è meglio che provveda a far riassumere in servizio sua moglie (ma non è possibile), che ceda di nuovo in locazione il suo appartamentino (con buona pace degli anni e del denaro perduti per ottenere lo sfratto), che restituisca ai venditori i mobili dello studio ed i macchinari acquistati (ad un prezzo certamente irrisorio rispetto a quello corrisposto), che stracci definitivamente il diploma di laurea (rinnegando gli inutili anni di studio).

 

All’anima della gradualità e del rispetto dei diritti acquisiti! All’anima della giustizia! All’anima della buona fede!

 

Ma l’aspetto più inquietante dell’intera questione è che il discriminante massacro che si sta realizzando non è necessario, e provoca più danni che vantaggi.

 

Il risparmio per le casse dello Stato sarà, infatti, modesto, anche nella più favorevole delle ipotesi.

 

La fiducia dei cittadini nella correttezza dei politici subirà, invece, un ulteriore deterioramento. I problemi della terza età verranno aggravati dalla forzata ignavia dei pensionati. Il malcontento dei lavoratori trattenuti in extremis in servizio contro la loro volontà non accrescerà certamente la loro produttività. Le libertà dei cittadini risulteranno nei complesso menomante. Le fresche forze lavorative in attesa di nuovi posti rimarranno più a lungo disoccupate. Aumenteranno il lavoro nero e l’evasione fiscale e contributiva. I pensionandi non ancora colpiti da sanzioni abbandoneranno in massa il lavoro, in previsione di ulteriori rappresaglie.

 

A conclusione ed a chiarimento della vicenda narrata, fantasiosa, ma applicabile a numerosi casi, invece di una "morale", che potrebbe apparire scontata e stucchevole, si rivolge ai lettori un indovinello, apparentemente scherzoso e paradossale, ma profondamente tragico ed amaro, in forza della sua idoneità a rispecchiare fedelmente l’attuale situazione sociale e politica dell’Italia.

 

Quali epiteti userebbero i presidenti Amato e Ciampi all’indirizzo dell’avvocato Agnelli se, dopo avere acquistato a rate e con patto di riservato dominio un’autovettura FIAT Croma ed aver corrisposto il 98% del prezzo, l’avvocato Agnelli, senza restituire una lira, anzi pretendendo un aumento dei prezzo pattuito, consegnasse loro una FIAT Cinquecento, priva dei motore, adducendo che i diritti acquisiti (l’incasso del denaro da parte dei venditore) vengono così rispettati, ma che, per quanto riguarda i diritti futuri (il trasferimento della proprietà al compratore) egli è libero di mutare a suo piacimento le regole dei giuoco?

 

Roberto Melchiorre

 


L’art. 32 della Costituzione è attuale?

LUGLIO 1992

 

La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”

 

La norma costituzionale, contenuta nel 1° comma dell’art. 32, ripete un principio che si è andato delineando negli ordinamenti preesistenti.

Superato il concetto di assistenza e di beneficenza, che nel secoli è stato situato da enti morali  dalla Chiesa e dai singoli individui, gli Stati moderni, a partire dalla seconda metà dei secolo scorso. hanno emanato norme cogenti, che hanno dato vita alle prime forme di assicurazione sociale obbligatoria contro i rischi che potevano colpire la classe lavoratrice: la invalidità e la vecchiaia, la disoccupazione e la malattia.

La materia specifica della tutela della salute, attuata per lungo tempo anche attraverso organismi di mutualità sindacale, che avevano assunto, già nei primi due decenni di questo secolo, una estensione ed una organizzazione imponente in ogni settore di lavoro, è stata sottoposta negli anni trenta, ad un tentativo di disciplina unitaria, sia.per quanto riguarda la parte normativa che quella organizzativa. Tuttavia, nonostante lo sforzo di uniformare il trattamento nei confronti di tutti i lavoratori dipendenti e di concentrare l’organizzazione amministrativa e finanziaria in capo ad un solo grande ente mutualistico (l’INAM). l’assicurazione contro le malattie è stata ancora caratterizzata da una pluralità di prestazioni. fino ai tempi della recente riforma sanitaria (anni settanta).

Ogni operatore ed ogni cittadino ricordano chiaramente ancor oggi i difformi trattamenti usati dall’ENPAS (per i cittadini statali), dall’ENPDEDP (per i dipendenti di enti pubblici) dall’INADEL (per i dipendenti di enti locali) dall’ENPALS (per i lavoratori dello spettacolo), per non parlare degli enti previdenziali istituiti per la tutela della salute di categorie di liberi professionisti, quali l’ENPAM (per i medici) L’ENPAF (per i farmacisti. l’INPGI (per i giornalisti).

Vivo è ancora il ricordo della diversità delle specialità medicinali nei numerosi prontuari terapeutici delle singole mutue, così come della varietà delle convenzioni che queste stipulavano con i medici specialisti e con le cliniche private.

Vivo è ancora il ricordo dei diverso trattamento ospedaliero riservato alle distinte categorie di assistiti (camere singole, camere a più letti, corsie).

Accanto a queste differenze di trattamento, persisteva nel sistema mutualistico italiano, un certa fascia di cittadini non protetta (riguardante soprattutto i disoccupati).

Un altro problema premeva costante prima della riforma sanitaria, ed era quello del continuo aumento della spesa sanitaria, che rischiava continuamente di mettere in crisi l’intero settore e, quindi, di rendere sempre più illusorio il diritto alla salute

In questa situazione, la Costituzione, sebbene entrata in vigore il 1 gennaio 1948, ha cominciato a produrre i suoi effetti con un certo ritardo.

Il riconoscimento della salute come un diritto per l’individuo e come un interesse per la collettività è alla base dei principi che hanno ispirato, agli inizi degli anni settanta, il processo di Riforma Sanitaria e l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale.

Tali principi riguardano la globalità degli interventi da parte del Servizio Sanitario Nazionale, la territorialità delle prestazioni attraverso la creazione di una rete completa di Unità sanitarie Locali, l’uniformità dei trattamento di tutti i cittadini, l’estensione dell’interesse, oltre che alla cura delle malattie, anche alla prevenzione ed alla riabilitazione, il tentativo di contenere la spesa sanitaria, che sembrava, nel precedente sistema, essere diventata incontrollabile a causa soprattutto della separazione delle mutue (enti finanziatori) dagli ospedali (principali enti erogatori di servizi), attraverso l’unificazione, in capo alle Regioni, degli enti finanziatori e degli enti erogatori di servizi.

Il sistema, così previsto, non mancava di una certa razionalità, anche se poteva mostrarsi subito, agli occhi di un attento osservatore, molto ambizioso.

Infatti, non sono venute meno tutte le difformità di trattamento. E’ evidente e macroscopica la diversa efficienza degli ospedali e degli ambulatori dell’Italia dei Nord rispetto a quelli dell’Italia del Sud.

Tutti hanno potuto constatare sulla propria pelle (è proprio il caso di dirlo!) le difficoltà estreme per “i non raccomandati” di accedere ad un posto letto nei reparti ospedalieri e nelle cliniche universitarie.

L’estensione dell’intervento sanitario alla prevenzione e alla riabilitazione conosce ampie zone di sperpero (abuso di costosi accertamenti clinici: TAC, ecografie … ) e più larghe zone di difficile accesso (pochi sono, ad esempio, i fortunati mortali che riescono ad ottenere, nelle strutture pubbliche, una protesi dentaria: nessuno riesce oggi ad ottenere il rimborso di un paio di occhiali).

 

I medici. che sono riusciti ad ottenere un vantaggioso contratto parallelo a quello degli altri operatori della Sanità, non hanno premiato quelli che, nella categoria, sono di fatto più impegnati.

Gli ospedali e gli ambulatori sono mal distribuiti e sottoutilizzati. Il ticket, unica arma rudimentale di contenimento della spesa sanitaria, è inutile, in quanto non raggiunge il suo scopo; è odioso, perché rappresenta una duplice tassazione; può essere facilmente eluso dai furbi e dai falsi indigenti.

Forse nessuno è in grado, oggi, nel generale disorientamento, di indicare, con esattezza, i rimedi più sicuri a tale situazione. Di fronte alle continue innovazioni ed ai ripetuti insuccessi si è affievolita, e giustamente, l’originaria ed in certa misura utopistica tensione riformista.

Né, d’altra parte, è dato vedere ancora il sorgere di un nuovo rigore morale, che possa ispirare nuova fiducia.

 Certamente, comunque, ogni serio tentativo futuro di rendere utile il servizio sanitario pubblico non potrà prescindere da tre fondamentali esigenze:

1) rendere incompatibile il rapporto di lavoro pubblico dei medici con la libera professione:

2) riorganizzare cori criteri sani e rigorosi il sistema dalle convenzioni esterne:

3) preparare un contratto di lavoro, serio e non demagogico, che dia un riconoscimento giuridico ed economico alle diverse mansioni e responsabilità realmente assunte, anche all’interno delle singole carriere.

Il primo punto diminuirebbe qualsiasi interesse allo sfascio della sanità pubblica: il secondo renderebbe al cittadino una maggiore libertà di scelta, che tenderebbe, tra ]’altro. ad eliminare automaticamente le strutture meno efficienti; il terzo attenuerebbe alcuni motivi di tensione tra lavoratori dello stesso comparto  e potrebbe riaprire varchi importanti ad un risveglio di interesse ed alla valorizzazione di professioni trascurate o maltrattate.

 

Roberto Melchiorre


JUGOSLAVIA una vergogna da ignorare

AGOSTO 1993

 

La breve storia dello stato jugoslavo (1918-1991) non ha avuto, praticamente, che un solo momento di illusoria stabilità.

 

Sorto nel 1918, successivamente alla prima guerra mondiale, dal definitivo smembramento degli  imperi ottomano ed austro‑ungarico, ha assunto la  denominazione originaria di regno dei Serbi‑Croati‑Sloveni ed ha avuto come primo sovrano il Re di Serbia Pietro I Karadjordjievic, ai quale è succeduto, nel 1921,  il figlio Alessandro I.

 

Il più immiediato e fondamentale problema interno del nuovo stato ha riguardato l’egemonia tra le diverse maggiori nazionalità (Serbi, Croati e Sloveni).

 

Subito dopo, in ordine di importanza, si è presentata la questione delle minoranze: austriaca, magiara, romena ed albanese, nonché quella delle differenti professioni religiose: ortodossa, cattolica e musulmana.

 

Con la costituzione del 1921 è stata sancita l’egemonia dei Serbi, ma gli altri gruppi etnici hanno subito dato vita a movimenti nazionalistici, che aspiravano all’indipendenza.

 

Particolarmente forte era il partito croato di S. Radic, la cui uccisione, nel 1928, ha offerto l’occasione al Re Alessandro I di ricostituire lo stato, chiamato nel 1929 regno di Jugosiavia, su basi decisamente autoritarie e con metodi repressivi e violenti.

 

L’opposizione croata si è coagulata, pertanto, intorno ad una formazione estremista, quella degli Ustascia, guidata da Ante Pavelic. Durante una visita in Francia, nel 1934, il Re Alessandro 1 è caduto in un attentato a Marsiglia, vittima di terroristi croati.

 

Il reggente Paolo ha avviato una politica di intesa con l’Italia e la Germania. Ma, nel 1941, il sovrano Pietro II, assunto direttamente il potere, ha respinto l’alleanza con l’asse ed ha provocato la reazione tedesca e l’occupazione dei paese.

 

In Croazia si è costituito uno stato ìndipendente, particolarmente feroce verso la minoranza serba, mentre in Serbia i Tedeschì hanno imposto un governo fantoccio.

 

Dallo smembramento dell’esercito sono nati diversi gruppi di resistenza, alcuni dei quali, diretti dal colonnello Mihajlovic, filo‑monarchici, altri, guidati da Josip Broz (Tito), comunisti.

 

Tra i due gruppi è scoppiata violenta la guerra civile, che si è conclusa in breve con la vittoria dei comunisti.

 

La predominanza comunista, rafforzata dalla lotta di liberazione, ha reso possibile. nel 1945, la trasformazione della monarchia in repubblica.

 

Le due guerre (civile e di liberazione) hanno procurato circa un milione e settcentomila morti.

 

La nuova costituzione, promulgata nel 1946, prevedeva la federazione di sei repubbliche (Croazia, Serbia, Bosnia-Erzegovina, Slovenia, Montenegro e Macedonia) ed un governo centrale a direzione comunista.

 

Tito ha attuato una serie di riforme (nazionalizzazioni, distribuzione delle terre, autogestione delle imprese), ha rifiutato di sottostare a Stalin, ha proclamato, dopo l’espulsione della Jugoslavia dal Cominform, la via autonoma al socialismo, è divenuto uno dei promotori del fronte dei paesi non allineati. E’ riuscito a conservare, fino alla morte, forte del carisma acquistato nella lotta di liberazione e nella opposizione a Stalin, la carica di presidente, ma già con la nuova costituzione del 1963 ha allargato l’autonomia delle repubbliche federate. Nel 1971 ha soffocato con il pugno di ferro la "primavera croata". ma ha dovuto stabilire che dopo la sua morte sarebbe stata costituita una presidenza collettiva della federazione, composta dal presidente della lega dei comunisti e dai rappresentanti delle sei repubbliche federate e delle due regioni autonome, i quali, a rotazione, e per un anno avrebbero dovuto succedere nella carica di presidente effettivo.

Ala morte di Tito (1980) è entrata, difatti, in funzione la presidenza collegiale.

La mancanza del leader, il risorgere dei particolarismi, il riaccendersi degli odi, l’antica abitudine alle lotte sanguinose e la fine della minaccia sovietica stavano nuovamente preparando il futuro destino di guerra civile. Le differenze di storia, di lingua, di tradizione, di ideologie e di religioni non erano state amalgamate, ma solo, per un certo periodo, tenute sotto controllo.

 

Il passaggio dei poteri è avvenuto solo apparentemente in modo indolore. Già nel 1981 la rivolta del Kosovo ha costituito il primo sintomo del riaccendersi della bufera. Le spinte alla disgregazione sono divenute via via irresistibili.

 

Nel 1990 la delegazione slovena e quella croata abbandonano il congresso della lega dei comunisti e, praticamente, rendono inefficace l’organismo vitale della federazione; gli Sloveni si pronunciano nei plebiscito a favore dell’indipendenza.

 

Nel 1991 i Serbi effettuano a Borovo Selo (Croazia) il primo massacro di 12 poliziotti croati e non riconoscono la presidenza della federazione al croato Stipe Mesic, al quale spetterebbe secondo la Costituzione. I Croati e gli Sioveni si dichiarano indipendenti.

 

Segue il bagno di sangue a Lubiana (Slovenia), preludio alla dichiarazione ufficiale dello stato di guerra da parte dell’esercito, trasformatosi da federale in serbo. La storia attuale vede la serie ininterrotta degli ultimi orrori: l’assedio di Dubrovnik, in Dalmazia, la caduta di Vukovarin in Slovenia, l’assedio di Osijek ed il bombardamento di Zagabria in Croazia, l’assedio, le stragi e la distruzione di Sarajevo, le stragi immani, i lager e la "purificazione etnica" in tutta la Bosnia.

 

In tutte queste vicissitudini, come si comporta la vicina ltalia? E la nuova Europa? Ed il mondo occidentale, vincitore sul blocco comunista, con gli Stati Uniti in testa? E l’ONU, che in Iraq aveva mostrato una cerli capacità di intervento? e la Chiesa di Roma?

 

L’Italia e l’Europa vorrebbero ignorare, ma non possono, perché evidente è il massacro, vicina la guerra, immenso il dolore.

 

L’Italia cerca, persino, di coartate la realtà dell’aggressione serba ; parla, attraverso il ministro De Michelis, di lobbies croate al servizio del Vaticano. Vorrebbe bilanciare le responsabilità; fornisce, comunque, una prima impressione, non so quanto deleteria, che, per ciò che la riguarda, ì Serbi possono avere mano libera. In un secondo momento, evidentemente, una crisi di coscienza provoca un lieve mutamento di rotta. Permette, così,senza eccessive critiche, che l’isolato Cossiga incontri a Nova Gorica il presidente sloveno Kucan e che si rechi, primo presidente occidentale, in visita nella Croazia riconosciuta stato indipendente. Quindi – pensate! – riceve in Italia poco più di mille profughi (su un totale di oltre un milione e mezzo contati dall’ONU), e stanzia fondi per assistere gli altri, ma in casa loro! Permette, giustamente, che cittadini volontari portino di persona cibi, vestiario e medicinali nei territori della ex Jugoslavia, fornisce le basi agli aerei dell’ONU per missioni umanitarie.

 

L’Europa si muove prevalentemente attraverso la CEE che, da strumtento di coordinarnento delle diverse politiche, quale avrebbe dovuto essere, si trasforma in alibi perfetto. Riconosce la Slovenia e la Croazia; è disposta a liberare con mezzi militari l’aereoporto di Sarajevo; assiste alla passeggiata di Mitterand a Sarajevo sotto le bombe; indice una conferenza di pace sulla Jugoslavia a Londra; in conclusione, però,confida che gli Stati Uniti esercitino una maggiore forza.

 

Gli Stati Uniti non hanno ancora assorbito completamente lo shock della guerra del Vietnam, al quale si è aggiunto, più recente e bizzarro, quello della guerra dell’Iraq. Ma, soprattutto, dopo il crollo del comunismo internazionale e dell’impero sovietico, vorrebbero godersi tranquillamente il proprio "way of life". E, invece, la fine dei blocchi non ha ancora prodotto nessuno dei vantaggi sperati, nonostante l’elezione di un democratico alla casa bianca. Non vogliono ricoprire il ruolo di gendarmi dei mondo, ma soprattutto non lo desiderano in un caso tanto complesso come quello della Jugoslavia, in cui facilmente perderebbero l’orientamento, e tanto distante dai loro interessi commerciali. Riconoscono in ritardo, rispetto ai paesi della CEE, la Slovenia, la Croazia e la Bosnia-Erzegovina, inviano a Bruxelles il segretario di stato James Baker per una riunione urgente con i ministri degli esteri dei "Dodici", mandano una flotta al largo della Dalmazia, ma, in sostanza, ritengono che si tratti di una questione semplicemente da arginare e da lasciare, per il resto, alla volontà di intervento dell’Europa o, meno sentitamente, dell’ONU.

 

L’ONU mostra da parte sua un continuo fermento. Ma lo stile è mutato dai tempi della guerra del golfo. Dopo ripetute richieste, autorizza l’invio di una forza di pace in Jugoslavia; invia Cyrus Vance a Sarajevo perché incontri i leader di Croati, Serbi e Musulmani, conta un milione e mezzo di profughi, approva l’embargo contro la Serbia ed il Montenegro, invia soldati canadesi a riaprire l’aereoporto di Sarajevo, raccomanda al comitato internazionale olimpico di vietare la partecipazione alle olimpiadi di Barcellona ai Serbi ed ai Montenegrini; autorizza anche l’uso della forza per assicurare il rifornimento di viveri e medicinali alle città assediate della Bosnia Erzegovina ed ordina ispezioni nei campi di prigionia serbi; si impegna ad inserire la "purificazione etnica” tra i crimini di guerra, crea un "forum" permanente a Ginevra co-presieduto da Cyrus Vance (per l’ONU) e da lord Davide Owen (per la CEE).

 

Il cerchio del disimpegno sostanziale sembra, in tal modo, essersi chiuso. La comunità internazionale non pare disposta, per la ex lugoslavia, ad andare molto oltre una partecipazione di tipo umanitario, (viveri, vestiario, medicinali) e misure di tipo dissuasivo morale (condanne, mancati riconoscimenti) o materiale (embarghi). Anche queste misure sono, tuttavia, assunte non solo con lentezza e prudenza, ma sotto condizione che le "disavventure" della lugoslavia non turbino eccessivamente Ia tranquillitá ed il benessere internazionale.

 

L’atteggiamento di sostanziale chiusura verso i profughi è la più grave manifestazione di egoismo e di indifferenza che emerge dall’intera vicenda, e rasenta la complicità: la ostentata solidarietà verbale suona particolarmente stonata quando si commemorano giustamente le vittime dei genocidio ebreo risalente a 50 anni fa, ma disonestamente si minimizza il gencicidio presente o, ancor peggio, si tenta di addossarne la responsabilità alle attuali vittime.

 

Accogliere i profughi sui propri territori, anche in appositi campi, non significa necessariamente riconoscere loro la cittadinanza, assicurare un lavoro stabile ed una tutela previdenziale completa. Significa, però, sottrarli alla strage, procurare loro i cibi, le vesti ed i medicinali, che in copia si inviano oltre confine, significa arginare il conflitto e raffreddarlo, dare respiro e tempo per l‘assunzione di più definitive decisioni di solidarietà, che il mondo civile non ha saputo ancora rinvenire, perché è confuso, perché è timoroso e perché è egoista.

 

li confine tra la guerra, che deve essere sempre evitata, ed il diritto-dovere di ingerenza della comunità internazionale per disarmare chi vuole uccidere, proclarnato dal Papa, è sottile, e ricorda quello della differenza fra guerra giusta e guerra ingiusta, fra guerra di aggressione e guerra di liberazione, di ottocentesca memoria.

 

Esso va, comunque, individuato e segnato. E’ la prima sfida dell’epoca post-comunista, di un mondo  che è e vuole rimanere privo di blocchi contrapposti.

 

Roberto Melchiorre


ITALIANI QUESTI GIUSTIZIERI

GENNAIO 1995

 

Era il 28 aprile 1945. Un manipolo di partigiani, al comando del colonnello "`Valerio" (Walter Audisio), nei pressi di Bonzanico (in provincia di Como), con un fucile di fabbricazione francese, oggi conservato nel museo di Mosca, fucilava Benito Mussolini e la sua amante, Claretta Petacci, fedele fino alla morte.

 

Nel novembre 1893, Giovanni Giolitti, presidente del Consiglio dei ministri, si dimise dalla carica, travolto da un’ondata di isterismo di massa, che lo scandalo ed il fallimento della Banca Romana avevano provocato. Solo il tempo e le mutate circostanze politiche avrebbero fatto parziale  ammenda delle infondate imputazioni di corruzione, che in quel momento sembrarono determinare la fine di una carriera ingloriosa.

 

Il 29 luglio 1900 Umberto I di Savoia moriva a Monza, vittima di un attentato compiuto dall’anarchico Gaetano Bresci, che nel sovrano vedeva il simbolo della repressione dei moti popolari del 1898 e dell’indirizzo reazionario degli ultimi governi. Eppure, il re stava attraversando la folla fra il tripudio dei giovani e, per guidizio largamente diffuso, era un uomo generoso, schietto e leale, amava il popolo e si sentiva vicino alla sua quotidiana fatica. Si trattò, come fu detto autorevolmente, di un delitto, che fu anche una suprema ingiustizia; né si può separare quel gesto dalla situazione generale italiana del decennio precedente, con la sua propaganda molto attiva di socialisti, repubblicani ed anarchici e con le sue repressioni, determinate in primo luogo da sentimenti di paura.

 

Il 15 aprile 1944, poco dopo le ore 13, il filosofo attualista Gio­vanni Gentile, già ministro della Pubblica istruzione e personaggio eminente del regime fascista, che aveva trascorso la mattinata all’Università per insegnare, si fermò con la sua automobile davanti al cancello della stua villa, ai piedi della collina di Fiesole. L’autista scese per suonare il campanello e due giovani, appartenenti ai G.A.P. (Gruppi di Azione Partigiana), si avvicinarono alla vettura. Uno dlei gappisti chiese al passeggero: “E’ lei Giovanni Gentile?» Alla risposta affermativa seguì una raffica di colpi, accompagnata dalle parole: “Questo lo manda la giustizia popolare". Nonostante l’imbarazzo ed i silenzi seguiti all’omicido, oggi si è abbastanza certi che la sentenza era stata emanata dalla direzione dei partito comunista, che aveva voluto eliminare, con Giovanni Gentile, un intellettuale nemico, che, con il suo prestigio, avrebbe potuto attrarre alla causa della repubblica sociale Italiana i consensi di molti, specialmente giovani studenti.

 

Era il 28 aprile 1945. Un manipolo di partigiani, al cornando dei colonnello “Valerio" (Walter Audisio), nei pressi di Bonzanico (in provincia di Como), con un fucile di fabbricazione francese, oggi conservato nel museo di Mosca, fucilava Benito Mussolini e la sua amante, Claretta Petacci, fedele fino alla morte. Veniva cosi eseguita, con particolare determinazione e con interpretazione quantomeno estensiva, la sentenza che il CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta ltalia) aveva emanato tre giorni prima, di cui il principale ispiratore era stato Il dirigente comunista Luigi Longo. L’appendice macabra di tale esecuzione è nota. A Milano, in piazzale Loreto, insieme ai cadaveri dei gerarchi fascisti giustiziati a Dongo, furono trasportati i corpi di Mussolini e della Petacci, che, scempiati dalla folla inferocita, vennero quindi appesi per i piedi al traliccio di un distributore di benzina, donde rimasero esposti per giorni, finché non furono rimossi dagli alleati.

 

Dopo la liberazione di Roma Vittorio Emanuele III affidò la luogotenenza del regno al figlio Umberto ed il 9 maggio 1946, in vista dei referendum istituzionale, si decise ad abdicare. Ciò nonostante, il referendum dei 2 giugno 1946 si risolse in favore della Repubblica. Umberto II, re per pochi giorni, si ritirò, di conseguenza, in Portogallo: era il 13 giugno 1946. Il giudizio popolare definitivo fu presto sancito. Oltre all’abolizione della monarchia, la Costituzione, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, stabiliva che “agli ex re di casa Savoia, alle loro consorti ed ai loro discendenti maschi sono vietati l’ingresso ed il soggiorno nel territorio nazionale".

 

Era passata ormai la tempesta. Le prime e più importanti fasi della ricostruzione post‑bellica erano state magistralmente condotte dal suo massimo artefice, Alcide De Gasperi. Gli animi si erano ìn certa misura placati. Eppure, la voglia di giustizia popolare continuava a serpeggiare. Al solito, le più alte cariche dello Stato erano particolarmente esposte. Lo scrittore Giovanni Guareschi, direttore del giornale Candido, in una campagna diretta proprio contro De Gasperi, pubblicò, nel 1954, alcune false lettere, a lui attribuite, secondo le quali egli avrebbe chiesto agli alleati il bombardamento di Roma! Nel corso dei processo giudiziario che ne seguì, l’uomo che per anni aveva diretto con successo ed onestà la ricostruzione dell’Italia semi distrutta dalla guerra non poté non domandarsi amaramente che popolo fosse mai quello che, al termine di una lunga e meritoria fatica governativa, trascinava in tribunale il suo capo. Il processo si concluse con una condanna per l’incauto diffamatore (caso non frequente nelle cronache politiche italiane), ma la denigrazione dell’uomo e del suo operato non fu limitata a quell’episodio isolato. Il suo tentativo di introdurre un sistema elettorale che assicurasse stabililà all’esecutivo fu per decenni ingiustamente qualificato, in modo dispregiativo ed infamante, come “legge truffa". Avrebbe ostacolato, se non impedito, i successivi governi di coalizioni eterogenee, cerlamernte meno gloriosi dei precedenti governi De Gasperi.

 

Nel giugno del 1964 il governo Moro, allora in carica, fra le resistenze delle forze moderate, non ancora rassegnate all’ingresso dei socialisti nella maggioranza, e l’insufficienza dei sostegno popolare, fu costretto a dimettersi. Nella lunga e difficile crisi che ne seguì, la vicenda SIFAR (sigla del servizio segreto militare), con il ventilato intervento autoritario da parte dei comandante dei carabinieri gen. De Lorenzo, sembrò voler coinvolgere anche la persona del presidente della Repubblica, l’on. Antonio Segni, notoriamente avverso ai governi di centrosinistra. Questi, colpito subito dopo (il 7 agosto 1964) da una trombosi cerebrale, fu sostituito provvisoriamente dal presidente del senato, sen. Cesare Merzagora, ed il 6 dicembre 1964 si dimise definitivamente. Negli anni successivi, un’apposita commissione parlamentare d’inchiesta indagò a lungo sugli avvenimenti dei luglio 1964, senza peraltro mai chiarire una vicenda, che aveva trovato un naturale e tranquillizzante epilogo. Al presidente di centro‑destra (Segni) era seguito un presidente di centro sinistra (Saragat).

 

La forza della giustizia popolare si sarebbe sfogata coli il successivo presidente della repubblica, anch’egli eletto con il consenso della destra: Giovanni Leone. La sua figura fu fatta oggetto di continue e crescenti insinuazioni, dagli anni dello scandalo Lockeed (1976‑77) all’ultimo della sua presidenza (1978), durante i quali seguirono sempre più pressanti, polemiche sulle sue dichiarazioni fiscali e su presunte attività speculative. L’incandescente libro di accuse su di lui e sulla sua famiglia, firmato dalla giornalista Camilla Cederna ed avallato con forza dal P.C.I., determinò, il 15 giugno l978, le sue dimissioni dalla massima carica dello Stato.

 

Il 1978, anno memorabile sotlo molteplici punti di vista, lo fu anche sotto quello della giuglizia popolare. Non fu segnato solo dalle dimissioni di un presidente della Repubblica, ma anche dalla uccisione di una personalità, che aveva guidato numerosi governi.

 

Verso le ore 14 del 9 maggio, a Roma, in via Caetani, fra la sede del partito comunista italiano (via delle Botteghe Oscure) e quella della democrazia cristiana (P.za del Gesù), nel bagagliaio di una Renault rossa, venne trovato, in seguito ad una telefonata anonima, il corpo senza vita dell’on. Aldo Moro. Era finito. così, dopo 54 giomi di prigionia, ucciso dalle brigate rosse, l’uomo politico che aveva guidato il maggior numero di governi dal 1963 al 1968 e che, dal 1973, si era andato affermando come il leader più autorevole del maggior partito italiano.

 

Lo shock del delitto Moro ha contribuito a sedare, per un certo tempo, la sete di giustizia popolare, che, compressa, è sembrata riesplodere in questi ultimi tempi.

 

Sono già dimenticate la lunga e tormentosa polemica che ha opposto la magistratura ed il partito comunista italiano da una parle e l’on. Francesco Cossiga dall’altra, le indagini su quest’ultimo per attentato alla Costituzione ed alto tradimento e le sue dimissioni da presidente della Repubblica, rassegnale il 28 aprile 1992, quando, il 15 dicembre 1992, l’on. bettino Craxi, due volte presidente dei Consiglio, riceve un avviso di garanzia, primo di una lunga serie, che distruggerà, ancor prima della celebrazione dei processi, l’uomo, il politico, il leader, i suoi parenti e collaboratori, il partito socialista italiano e sconvolgerà gran parte dei panorama della c.d. "prima Repubblica “.

 

Non si è ancora consumata la vicenda Craxi, che (il 27 marzo 1993) l’on. Giulio Andreotti, uomo chiave della vita politica italiana dal dopoguerra in poi, presidente del Consiglio in numerosi e duraturi dicasteri, deve annunciare di aver ricevuto un avviso di garanzia da parte dei giudici di Palermo, per far luce sui guoi presunti rapporti con la mafia. Ancor prima della celebrazione del giudizio, le accuse, sapientemente dosate con la storia di un preteso bacio scambiato con Totò Riina e con le non mai sedate reminiscenze dei delitto Pecorelli (20 marzo 1979), sul quale la magistratura non ha, a distanza di 15 anni, fatto ancora sufficiente chiarezza, l’uomo, il politico, il leader ed il suo partito sono stati travolti da un processo irrefrenabilmente distruttivo.

 

A questo punto. la "prima Repubblica" si può ritenere ampiamente crollata. Ma la storia continua e la macchia di fango segnata sembra allargarsi a vecchi ed a nuovi personaggi, ad accusati ed accusatori, ad indagati, a giudici ed a ispettori, in un’alternante serie di indagini e di contro indagini.

 

Il 23 novembre 1994 viene platealmente nolificato a Silvio Berlusconi, presidente del Consiglio, un avviso di garanzia, mentre detiene la presidenza del Gruppo dei Sette nel summit internazionale sulla criminalità.

 

Il 21 dicembre 1994 viene emanata la prima sentenza di condanna nel processo a carico dei dirigenti del SISDE, dal quale i personaggi politici riescono a restare fuori.

 

In conclusione, da un secolo a questa parte, in Italia, tre sovrani (Umberto l, Vittorio Emanuele II e Umberto II) su tre sono stati condannati senza appeIlo; tre presidenti della Repubblica (Segni, Leone e Cossiga), sospettati ed indagati, si sono dimessi anticipatamente dalla massima carica dello stato; quasi tutti i principali capi di governi (Giolitti, Mussolini, De Gasperi, Moro, Craxi, Andreotti, Berlusconi), per non parlare di altri minori (Tambroni, Rumor, Goria), sono stati processati o hanno subito vicende giudiziarie.

 

C’è qualcuno, tra gli osservatori politici, che abbia riflettuto a sufficienza sopra un’anornalia tanto vistosa? Forse è il caso di iniziare a nutrire qualche dubbio sulla maturità democratica, sull’intelligenza politica e sull’equilibrio di un popolo, che si sente appagato nel sottoporre regolarmente a giudizio i suoi capi, innocenti o colpevoli che siano, prescindendo completamente dai meriti che essi abbiano eventualmente acquisito.

 

Roberto MELCHIORRE


IL SACCHEGGIO SENZA FINE DELLA PREVIDENZA

 

 

Non è ancora definitivo il provvedimento che impone alle imprese con più di 50 dipendenti di trasferire il 50% del TFR (trattamento di fine rapporto) all’INPS o ai Fondi di pensione integrativi, che l’eurocommissario Almunia, il governatore della Banca d’Italia Draghi (?), il presidente della Confindustria Montezemolo (?), partiti della maggioranza e dell’opposizione, importanti testate giornalistiche ed “esperti” di sinistra e di destra tornano immediatamente a raccomandare riforme strutturali per diminuire il “deficit” pubblico, soprattutto con riferimento alle riforme in campo sanitario e  previdenziale.

In questo ultimo settore, in particolare, si è passati, negli ultimi decenni, da un atteggiamento estremamente prudenziale, che ha caratterizzato i vecchi progetti Scotti (degli anni Ottanta) e Marini (del 1991), molto rispettosi delle posizioni acquisite e attenti a non rendere traumatico il passaggio dal vecchio ad un nuovo regime, ad un accanimento esagerato e non completamente giustificato.

A tale rigore si sono ispirate le ripetute riforme (Amato, Ciampi, Dini, Prodi?, D’Alema?), che dal 1992 al 2001 hanno sempre più limitato il diritto ad andare in pensione, frenando e riducendo le pensioni di anzianità, ostacolando il cumulo fra la pensione anticipata e la retribuzione, riducendo il valore non solo reale, ma persino nominale delle pensioni, sia attraverso la riduzione delle aliquote, sia mutando il regime da retributivo a contributivo.

Dopo la boccata di ossigeno concessa ai pensionati dal governo Berlusconi (2001-2006), che ha sostituito il sistema delle penalizzazioni nei confronti di chi lascia in anticipo il lavoro con quello degli incentivi a rimanere anche dopo aver maturato il diritto e ha aumentato i trattamenti pensionistici minimi, viene oggi  nuovamente seminato il panico, sia con provvedimenti punitivi per gli imprenditori ed i lavoratori (trasferimento di parte del TFR all’INPS o ai Fondi Pensione, sistema del silenzio assenso), sia con la minaccia assillante di nuovi, ineluttabili, indefiniti provvedimenti restrittivi, che comunque dovranno ridurre strutturalmente, ossia definitivamente, a danno dei pensionati, la sempre più insostenibile spesa pubblica.

Alcune semplici osservazioni dovrebbero contribuire ad illustrare la situazione in modo più pacato del solito ed a rendere meno catastrofico il quadro che normalmente si raffigura, o quantomeno si sottintende.

La motivazione che si adduce normalmente per giustificare le menomazioni del diritto a pensione (temporali e quantitative) viene desunta dal fatto che la vita media tende ad allungarsi e che il numero dei lavoratori e, quindi, dei contribuenti previdenziali tende a diminuire, con il duplice svantaggio, per i fondi di previdenza, di maggiori uscite per trattamenti pensionistici e di minori entrate contributive.

Impostato in tal modo, il problema sembra di soluzione difficile, che diviene impossibile se si ipotizza un aumento infinito della popolazione anziana a fronte di una continua riduzione delle fonti di finanziamento della Previdenza.

Così facendo, però, due fenomeni, che ogni persona di buon senso riterrebbe assolutamente positivi, l’allungamento delle speranze di vita e la liberazione dalla fatica e dalla necessità del lavoro, vengono considerati alla stregua delle massime calamità per la nazione.

L’errore fondamentale del ragionamento comincia ad apparire, se solo si pone mente al fatto che negli ultimi decenni, pur in presenza di un sensibile aumento della popolazione anziana, di una diminuzione dell’occupazione giovanile di circa il 10% (?) e di una corsa sfrenata alle pensioni di anzianità, dettata dal panico, la spesa previdenziale è rimasta, in percentuale rispetto al PIL, pressoché inalterata:

 

 

Come si è potuto verificare questo miracolo inaspettato?

Le ragioni sono semplici.

L’aumento della produttività legato soprattutto allo sviluppo dell’informatica e della telematica ed alla robotizzazione ha incrementato il PIL.

Le ripetute riforme previdenziali, ritenute ancora parziali ed insufficienti, hanno dispiegato effetti non solo sufficienti, ma esorbitanti, avendo limitato notevolmente la spesa, per effetto della drastica riduzione del diritto alla pensione di anzianità e dell’introduzione del sistema contributivo in sostituzione di quello retributivo.

L’inflazione, soprattutto quella successiva all’introduzione dell’euro, ha penalizzato le pensioni anche in rapporto al PIL.

Se finora il rapporto spesa previdenziale/PIL si è mantenuto entro limiti sopportabili, è prevedibile che, “sic stantibus rebus”, possa rimanere tale anche nei prossimi anni?

La risposta è senz’altro positiva, per alcune ragioni, egualmente intuibili.

Innanzitutto, il numero di coloro che potranno ancora beneficiare della pensione anticipata, esaurita la corsa determinata dal panico seminato e trascorso il periodo transitorio previsto nella riforma Maroni, diminuirà, fino praticamente a scomparire.

In secondo luogo, con il passare degli anni aumenterà il numero delle pensioni calcolate con il sistema contributivo, e si esauriranno quelle calcolate con il sistema retributivo, con notevole diminuzione del valore dei trattamenti pensionistici.

In terzo luogo, essendo notevolmente diminuito il numero dei lavoratori occupati, non molto tardi diminuirà anche il numero dei pensionati, o i pensionati godranno di un trattamento previdenziale rapportato ad un minor numero di anni lavorativi.

Infine, la schiera dei lavoratori che al limite dell’età pensionabile non sarà riuscita a lavorare per il periodo minimo richiesto (ieri cinque anni, oggi venti anni), pur avendo versato cospicui contributi non potrà godere di alcun diritto a pensione.

Le conclusioni che si possono trarre sono di due ordini.

Innanzitutto, va abbandonato il dogma che la previdenza vada finanziata esclusivamente con i contributi dei lavoratori ed accettato il fatto che possa essere finanziata dalla fiscalità generale, pur restando inalterato il rapporto finanziamento previdenziale/PIL.

In secondo luogo, più della sostenibilità finanziaria del sistema, è urgente cominciare a preoccuparsi della perdita del potere d’acquisto delle pensioni e della situazione di quei lavoratori che nel corso della vita lavorativa rimarranno più facilmente senza occupazione e senza nessuna protezione previdenziale.

Sicuramente la graduale eliminazione del TFR lascerà privi i pensionati dei benefici della liquidazione, ma non riuscirà neppure a coprire completamente le carenze del nuovo regime pensionistico.

La forte e sempre crescente pressione fiscale, oggi al 43%, dovrebbe far fronte prioritariamente a questi problemi (indennità di disoccupazione e rivalutazione delle pensioni), piuttosto che alimentare vecchie e nuove spese inutili  o di minore utilità sociale.


IL DEBITO PUBBLICO OGGI IN ITALIA

GIUGNO 1994

 

In un precedente articolo apparso su questo giornale nel Mese di maggio trascorso, abbiamo tratteggiato la storia del debito pubblico in Italia dalla costituzione dello Stato unitario fino al 1946, anno di nascita della Repubblica.

 

Il raffronto degli anni Novanta con quelli precedentemente esaminati pone in rilievo come peculiare della crisi attuale la mancanza di una tensione morale, di uno spirito costruttivo, di una capacità di investire. La spesa ed il debito pubblico crescono irrefrenabilmente ma, in prevalenza nelle forme della spesa corrente e di quella per interessi.

 

Mancanti sono le grandi opere architettoniche artisticamente rilevanti (fatta eccezione per la tinteggiatura delle facciate delle Chiese); ridotte sono le opere di pubblica utilità: persino le costruzioni autostradali e delle linee ferroviarie ad alta velocità segnano il passo; in crisi sono i porti ed in stasi gli aeroporti; pochi gli ospedali e le scuole di nuova costruzione; in vendita le banche, le imprese pubbliche e gli immobili dello Stato e degli enti parastatali; smobilitate le centrali nucleari; solo gli stadi ed alcuni raccordi viari hanno ricevuto un effimero impulso dai giuochi mondiali di calcio.

 

La via intrapresa dai governi Amato e Ciampi per giungere al risanamento della finanza pubblica è stata quella dei rigore, della riduzione della spesa pubblica, soprattutto sanitaria e previdenziale, dello smantellamento traumatico e generalizzato dello Stato sociale, dell’aumento protervio e spietato delle imposte e dei tributi.

 

Ma, ammesso pure che la soluzione possa essere cercata attraverso la via del rigore, con le misure finora adottate questo affannoso rincorrere il "deficit" dello Stato è destinato a tradursi in una rinnovata fatica di Sisifo. Finchè le amministrazioni pubbliche ed il Governo stesso si ostineranno a presentare bilanci generalmente formati sullo schema di quelli degli esercizi precedenti, anche ridotti, nelle previsioni o nei propositi, di una qualche percentuale, ma sempre incrementati, anche a causa della pluralità dei centri decisionali, in fase di consuntivo, la spesa è purtroppo destinata a riprodursi, indipendentemente dalla sua utilità.

 

Disastrosi, al riguardo, sono stati gli usi e gli effetti della sentenza n. 1 del 1966 della Corte Costituzionale, la cui interpretazione permissiva dell’art. 81 della Costituzione ha consentito di approvare spese che avrebbero dovuto trovare copertura solo nelle entrate degli esercizi futuri, genericamente postulate, o nell’aumento del debito pubblico.

 

La tendenza a colpire indiscriminatamente categorie di cittadini più deboli (pensionati dello Stato e del pubblico impiego, infermi con redditi vicini alla soglia della sopravvivenza, contribuenti a reddito fisso, automobilisti), mentre è parzialmente vanificata da analoghe misure di segno opposto (pensioni anticipate ai dipendenti delle FF.SS.. cassa integrazione e pensioni agevolate in altri settori privati), si può tradurre in mera attività vessatoria, quando non sia accompagnata da una corrispondente riduzione delle strutture pubbliche destinate a fornire le prestazioni soppresse. Ad es., l’attribuzione dell’intero costo, fino alla concorrenza di 100.000 lire, alla normalità dei cittadini delle prestazioni diagnostiche, strumentali e di laboratorio, nonché di quelle specialistiche, ne ha fatto letteralmente crollare la domanda presso le strutture sanitarie pubbliche; ma perchè la spesa possa essere effettivamente ridotta, occorrerebbe disdire le convenzioni con i medici ambulatoriali, smantellare i gabinetti di analisi, ridurre il personale infermieristico ed amministrativo. Conservare le strutture sanitarie intatte significa, invece, continuare e a sostenere tutti i costi fissi ed eliminare solo quelli variabili, in larga parte coperti dai ”tickets".

 

Se si vuole seriamente affrontare il prolema daI lato della spesa pubblica, ben altri sarebbero i tagli da operare, che non colpirebbero preferibilmente le categorie più deboli. La prima riduzione drastica dovrebbe riguardare, allora, gli interessi passivi sul debito pubblico, operabile semplicemente ricomponendo il divorzio avvenuto fra il governo e le banche. Ma, al di là di ciò, si può tranquillamente affermare che mantenere una leva militare obbligatoria dopo che l’esperienza della guerra del Golfo ha definitivamente mostrato la sua fragilità e la sua inutilità rappresenta un grave sintomo di miopia finanziaria assicurare la sopravvivenza di una buona parte del costosissimo sistema alberghiero italiano a quattro o cinque stelle attraverso il sistema delle "missioni" dei pubblici funzionari è in stridente contrasto con ogni politica di rigore continuare a riconoscere alle case farmaceutiche prezzi di medicinali artificiosamente elevati fa dubitare della reale volontà di risanamento economico e morale; proseguire nel vezzo di acquistare immobili e costosi macchinari destinati a rimanere inutilizzati dai pubblici uffici indica una protervia volontà di spreco; persistere nella politica di criminalizzare e punire con la detenzione, in larga parte preventiva, ogni normale comportamento del comune cittadino implica la disponibilità a sostenere, per una popolazione carceraria in costante crescita, una spesa di giudizio, custodia, mantenimento e rieducazione molte volte superiore a quella che lo Stato sostiene per ripagare del lavoro ed assistere nel bisogno una popolazione libera, di pari numero; conservare, nonostante la riforma elettorale, una classe politica (parlamentari, ministri consiglieri e membri di giunta regionali, provinciali, comunali ) tra le più numerose del mondo, con elevati compensi e duraturi benefici e privilegi ("tangenti" a parte), non rende credibile alcuno sforzo di rigore ne morale né economico; mantenere un trattamento econornico privilegiato ed esorbitante per alcune categorie di funzionari (magistrati, diplomatici, superbancari, accademici, alti ufficiali, consulenti di ogni ordine e grado) a carico dei bilancio pubblico, mentre perpetua un clima di intollerabile ingiustizia, aggrava la grave crisi delle finanze; continuare a fornire di nutrite scorte una pletora di politici, magistrati, dipomatici ed alti dirigenti, anziché tenere sotto controllo con un efficiente sistema televisivo e radiofonico ed un razionale pattugliamento l’intero territorio, indica una grave carenza di fantasia e di effettivo rigore. Ma, a prescindere dalla scelta più o meno felice delle misure adottate, sono da porre in discussione proprio i criteri fondamentali usati per combattere la crisi e, cioè, la generale riduzione della spesa e l’aumento delle imposte. Ogni crisi economica di vaste proporzioni e larga disoccupazione dei fattori della produzione è stata superata, prima e dopo la teorizzazione del Keynes, attraverso l’aumento della spesa per investimenti, i bassi tassi di interesse e l’abbondanza della moneta.

Basti rammentare, per alcuni periodi recenti, la crisi seguita all’unificazione d’Italia ed i grandi lavori pubblici dianzi ricordati, il crollo di Wall Street nel 1929 ed il “new deal" di Roosewelt, le convulsioni della Repubblica di Weimar e la politica di spese militari di Hitler, le distruzioni della seconda guerra mondiale ed il "boom" seguito agli anni della ricostruzione. Due sono le obiezioni di fondo che si possono rivolgere ad una politica di massicci investimenti oggi in Italia:

1)       dove può attingere fondi uno Stato profondamente deficitario?

2)       come rimediare ad una disoccupazione dilagante, che l’ulteriore affinamento tecnologico prodotto dai nuovi investimenti tenderebbe in certo qual modo ad aggravare?

I rimedi da adottare non possono prescindere da talune esigenze fondamentali:

1)       lo Stato italiano deve ridurre le spese correnti in modo razionale, efficace ed assennato, anche nei modi da noi accennati, fino ad abbassare realmente le aliquote IRPEF ed IVA;

2)       lo Stato emette da sempre moneta anche per pagare le imposte; è questo un modo snello, sicuro, poco costoso e, nelle circostanze attuali, più equo di riscossione dei contributi; solo che lo Stato italliano deve riacquistare preventivamente il suo predominio sulle banche: deve, cioè, battere moneta per sé a tasso zero, e non per le banche, alle quali oggi chiede in prestito denaro per pagare interessi che deve alle stesse, in un circolo vizioso, che ininterrottamente si autoalimenta;

3)       lo Stato deve ridurre i tassi interesse e rendere disponibili per gli investimenti capitali a basso costo:

4)       lo Stato deve disporre la contrazione dell’orario e delle giornate lavorative: l’informatizzazione, la robotica e la telernatica hanno ridotto vistosamente il fabbisogno di lavoro manuale; ma non si può tollerare che solo una minoranza degli uomini possa lavorare o, peggio, che solo essa debba godere interamente dei benefici di una produzione, che sempre più sorpassa il fabbisogno di tutti; il prodotto va, quindi, redistribuito, anche mediante un drastico ridimensionamento dell’opera retribuita da ciascuno prestata, senza che questo comporti una decurtazione delle retribuzioni:

5)       lo Stato deve operare una riduzione degli ostacoli posti al libero esercizio delle attività private che, affrancate da “minimum tax", da contributi capestro, da tassa sulla salute, da persecuzioni fiscali e dal pericolo ossessivo di sanzioni penali, da difficoltà e costi eccessivi dovuti a licenze ed iscrizioni ad ordini e collegi professionali in continuo aumento, potrebbero riprendere la loro naturale vivacità.

Un’ulteriore obiezione si può, a questo punto, sollevare e riguarda il pericolo di inflazione conseguente all’aumento della massa monetaria in circolazione. La risposta è che l’inflazione è inevitabile se la maggior quantità di denaro disponibile viene utilizzata per alimentare la spesa corrente; essa più difficilmente produce aumento dei prezzi, se è impiegata per nuovi investimenti e per utilizzare i fattori della produzione disoccupati.

L’aumento della moneta in circolazione ridurrebbe, semmai, i tassi di interesse ed innescherebbe un ulteriore stimolo agli investimenti; ridurrebbe, in conseguenza, il debito dello Stato per interessi e, quindi, li spesa pubblica improduttiva e la rendita parassitaria.

Da tutto ciò potrebbe conseguire una ripresa della fiducia e della produzione, la riduzione della disoccupazione, della pressione fiscale e finanziaria, l’attenuazione delle ingiustizie, un allentamento della tensione sociale ed il superamento della crisi econonica, politica ed istituzionale.

 

Roberto MELCHIORRE


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