Archivi autore: Emanuela Melchiorre

About Emanuela Melchiorre

Economista e Giornalista, ha collaborato con importanti Istituti di Ricerca Nazionali, con il Dipartimento di Economia Pubblica dell'Università La Sapienza di Roma e con l'Investment Centre della Fao. Scrive regolarmente di Economia Politica e di Politica Economica su Giornali e Riviste Specializzate

CON L’EVASIONE IL FISCO SPECULA

di Roberto Melchiorre

Non erano ancora finiti gli spot che dai teleschermi hanno bombardato gli utenti per mesi, infinite volte al giorno, spingendoli a pagare il canone televisivo entro i termini, quantomeno quelli prorogati con piccola tassa al 29 febbraio, quando è subentrato uno spot-cartoon televisivo dell’Agenzia delle Entrate ancora più inquietante ed ossessivo. Dopo aver equiparato gli evasori ai più ripugnanti vermi parassiti della natura (parassita intestinale, della farina, dei ruminanti, del legno, dei pesci, del cane) sentenzia che “chi non paga le tasse è un parassita sociale”. Non soddisfatto, il cartoon propina ossessivamente un complesso sillogismo di nuova coniazione, che suona:

“Se tanti non pagano le tasse non ci sono servizi”

“Se più persone pagano le tasse i servizi aumentano”

“Ma solo quando tutti le pagano questi servizi diventano veramente efficienti”

“Se tutti pagano le tasse le tasse ripagano tutti, con i servizi”.

A parte la non esatta corrispondenza della quantità e qualità dei servizi al livello sempre più elevato delle entrate dello stato, che tutti possono agevolmente riscontrare, gli Italiani meritano veramente una simile tortura ed una così generale colpevolizzazione?

L’evasione presunta, dai primi anni Novanta ad oggi, oscilla intorno al 16% del PIL, non è molto diversa da quella di altri paesi europei, e mostra una lieve tendenza a diminuire.

Quanto sopra si riscontra in presenza di una pressione fiscale generalmente più elevata di quella degli altri paesi e di una quantità e qualità dei servizi normalmente inferiore.

A parte il doveroso invito ad una pacificazione sociale che s’intende rivolgere ai cittadini, tutti esageratamente oppressi dal fisco, sembra opportuno rilevare una situazione non del tutto chiara al comune uomo della strada, dotato al più di una infarinatura di cultura generale, non certo la più adatta a comprendere contorti meccanismi fiscali.

L’evasione fiscale non ha nulla a che vedere con la carenza e l’insufficienza dei servizi della pubblica amministrazione.

L’inganno del fisco ai danni del contribuente è, in questo caso, come in quello del fiscal drag rilevato in precedenti occasioni (www.ragionpolitica.it/testo.6637.inganno_del_fisco.html), malefico, se non doloso.

In buona sostanza, il nostro Pil nazionale (che nel 2010 è stimato attorno ai 1.554,7 miliardi di euro) racchiude in sé anche la cifra imputabile all’economia sommersa. Rammentando che la pressione fiscale è data dal rapporto tra le entrate fiscali e contributive e il Pil prodotto in un anno, nel 2010 la pressione fiscale “ufficiale” ha toccato il 42,8% del Pil. Se, però, “togliamo” dalla ricchezza prodotta la quota addebitabile al sommerso economico, calcoliamo la pressione fiscale sul Pil reale. Facendo quest’operazione “verità”, il Pil diminuisce e, pertanto, aumenta il risultato che emerge dal rapporto. Si scopre così che la pressione fiscale sopportata dai contribuenti ha oscillato nel 2010 tra il 51,1 e il 51,9% del Pil.

Questo non significa che tutti i cittadini pagano il 51 virgola qualcosa % del loro reddito al fisco. Si tratta, come sempre, di una media tipo quella di Trilussa. C’è chi non paga niente, chi paga il 25%; chi paga il 50%; chi paga il 75% e chi paga il 100%. In media, gli Italiani versano al fisco il 51 virgola qualcosa % dei redditi prodotti. Considerate le ipotesi estreme come semplici esempi scolastici, in quanto neppure l’ultima delle prostitute è completamente esente dal fisco, perché sicuramente acquista i generi di prima necessità, come il vitto e l’abbigliamento,  gravati dall’IVA, e neppure Berlusconi, con tutti i suoi redditi, è gravato del 100% di imposte, si può dire per semplicità che gli Italiani versano generalmente al fisco tra il 25% e il 75% dei redditi.

A questo punto, occorre chiedersi come si regola lo Stato per introitare le imposte relative ai redditi nascosti, quelli non dichiarati.

Dopo aver valutato, con sistemi necessariamente presuntivi ed approssimativi, che i cittadini evadono circa il 16% dei redditi dichiarati, può scegliere tra due strade diverse.

La prima e più naturale è quella di individuare gli evasori e di costringerli autoritativamente a pagare il dovuto.

La seconda, più facile, è quella di far pagare la somma dovuta dagli evasori, che per definizione non presentano denuncia dei redditi, ai cittadini che la presentano, ed evasori quindi non sono, aumentando al livello sopra indicato l’aliquota a loro carico.

Lo stato italiano fa di più.

Ricorre cumulativamente a tutte e due le strade: addebita senz’altro questo importo sui redditi dichiarati, e riscuote, quindi, le imposte evase dai cittadini che si sono già autotassati per la loro parte.

Recupera, inoltre, gli stessi tributi dagli evasori, attraverso le numerose operazioni di polizia finanziaria.

Le prime somme le riscuote subito dai cittadini “onesti”, aumentando il PIL reale di un 16% e applicando, quindi, un PIL immaginario. In altre parole il 42,8 calcolato della pressione fiscale italiana raggiunta nel 2010 non è relativo ad un PIL uguale a 100, ma a 116. Corrisponde, quindi, ad una pressione fiscale del 51 virgola qualcosa %.

Le stesse somme mira a riscuotere dagli evasori in seguito ad accertamenti, anche solo presuntivi (solve et repete, redditometro, inversione dell’onere della prova, rendita catastale), applicando in aggiunta sanzioni  e interessi, compensativi dei costi delle operazioni di recupero.

A questo punto, sarebbe più corretto che uno Stato di diritto e democratico, qual è quello italiano, fondato su rapporti di trasparenza e di fiducia con i cittadini, ammetta esplicitamente che, con il pretesto dell’evasione fiscale e grazie alla lotta senza quartiere ad essa intentata, è riuscito ad imporre una pressione fiscale effettiva superiore al 51% del PIL, a fronte di una apparente del 42,8%, speculando pesantemente sull’evasione e facendo credere che non può fornire, a causa di essa, né servizi, né servizi efficienti, né servizi veramente efficienti.


Crisi dello Stato, collasso economico, questione morale

Il saggio affronta, con l’ausilio di solidi dati statistici, alcuni importanti aspetti della finanza pubblica del nostro Paese. L’esame riserva risultati sorprendenti: l’Italia è tra i Paesi più “spendaccioni” del mondo, con la pressione fiscale tra le più pesanti; le entrate dello Stato e la spesa pubblica sono in continuo aumento, ciononostante, la qualità dei servizi e la crescita economica attraversano una crisi che può condurre ad un disastroso collasso economico. In questa situazione, il confronto tra lo Stato e il contribuente si fa sempre più ingiusto, accanito, illiberale e autoritario.

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RIPENSARE LA FUNZIONE DEL DEBITO PUBBLICO

Di Roberto Melchiorre

pubblicato su www.lafinanzasulweb.it il 30 settembre 2011
L’attuale crisi finanziaria mondiale, iniziata nel 2007 e ancora particolarmente virulenta e preoccupante a distanza di quattro anni, rischia di strappare la palma della durata e della gravità a quella tristemente famosa del 1929. Ogni diagnosi e ogni rimedio finora seguiti si sono dimostrati inadeguati. il mostro continuamente risorge. Forse la soluzione è semplice, ma occorre trovare l’uovo di Colombo. Proviamo ad affrontarla partendo dall’esperienza quotidiana, comune a ogni cittadino. I singoli individui, così come tutte le famiglie, provvedono normalmente ai mezzi  della loro sussistenza, al proprio fabbisogno finanziario, attraverso i redditi che periodicamente percepiscono e, in circostanze particolari, soprattutto di fronte a spese eccezionali o di notevole impegno, contraendo debiti, che si obbligano a restituire, per l’ammortamento del capitale e degli interessi, impiegando una parte dei loro redditi futuri.
Qualunque tipo di debito non investito per aumentare le proprie entrate, ma per far fronte alle spese correnti, si traduce immancabilmente in una riduzione del proprio reddito futuro e del proprio tenore di vita. Quello che appare chiaro e lineare nella vita privata di ogni cittadino presenta  qualche particolare in più se riferito all’esperienza collettiva dello stato. Anche lo stato vive dei propri redditi ordinari (le entrate tributarie), si indebita contraendo prestiti (con l’emissione e la vendita di titoli del debito pubblico) per far fronte a spese che superano le sue entrate normali, si obbliga alla restituzione del debito e al pagamento degli interessi. Rispetto al privato cittadino lo stato beneficia, però, di qualche privilegio particolare: paga normalmente interessi meno elevati di quelli chiesti al privato; tramite l’emissione di moneta primaria può contrarre presso la banca centrale prestiti non gravati d’interesse, che, anzi, grazie al diritto di signoraggio e all’inflazione supplementare che possono provocare, aumentano le sue entrate e diminuiscono il valore dei suoi debiti. Ciononostante, anche lo stato, attraverso l’indebitamento non finalizzato a nuovi investimenti produttivi, ma a far fronte a spese correnti, vede inevitabilmente diminuire il proprio reddito futuro e il tenore di vita dei suoi cittadini, che dovranno per lui restituire il debito e pagare gli interessi.
Per l’individuo la vicenda rimane nell’ambito fisiologico se vengono rispettati alcuni limiti: che il tasso d’interesse non superi l’inflazione; che le rate non intacchino il suo minimo vitale e che vi sia una possibilità di restituire il prestito entro tempi ragionevoli. Superati questi confini, la sua
situazione comincia a essere rischiosa.
Anche lo stato è soggetto a limiti analoghi, che appariranno più chiari dopo una breve illustrazione della storia del debito italiano, dall’unificazione ai nostri giorni, perché solo attraverso lo studio della storia si possono comprendere gli errori del passato ed evitare di replicarli nel futuro. E lo studio dell’evoluzione temporale del debito pubblico italiano è emblematico ed offre esempi di buona e di cattiva gestione, difficilmente riscontrabili altrove. 2 L’evoluzione del debito pubblico nei 150 anni dell’Unità d’Italia. Il rapporto debito pubblico/prodotto interno lordo dal 1992 a oggi è sempre stato superiore al 100% e ha raggiunto le punte più elevate, intorno al 120%, nel 1994 e nel 2010. In un’ottica di più lungo periodo, che abbracci l’intero arco temporale dell’Italia postunitaria, si può osservare che il rapporto debito/Pil ha superato la stessa soglia del 100% solamente in altre tre fasi, che hanno coinciso rispettivamente con i primi decenni della storia unitaria, con la prima e seconda guerra mondiale.
Nel primo caso si dovettero affrontare i problemi connessi alla riunificazione, alla riorganizzazione e ristrutturazione dello stato, all’assunzione dei debiti degli stati preunitari, alla terza guerra d’indipendenza. Nel secondo e nel terzo caso si dovettero affrontare le spese connesse all’immane sforzo bellico dei due conflitti mondiali. La crescita abnorme del debito pubblico, iniziata negli anni Ottanta ed esplosa nei due decenni successivi, non è collegata a circostanze altrettanto eccezionali, e assume perciò un aspetto del tutto anomalo, che va attentamente esaminato riguardo alle sue cause, alla durata, alla sua gravità e agli esiti ipotizzabili. Alla base del fenomeno alcuni eventi particolarmente rilevanti. Fino alla metà degli anni Sessanta era normalmente rispettato l’art. 81 della Costituzione che imponeva, al quarto comma, che le nuove spese dovessero indicare i mezzi per farvi fronte. La norma non avrebbe dovuto far sorgere dubbi sul fatto che le entrate utilizzabili dovessero derivare dalle tasse, da introdurre in modo definitivo di fronte a nuove spese di natura permanente. La sentenza della Corte ha invece interpretato la norma nel senso che le nuove spese potessero sostenersi anche contraendo nuovi debiti. Dalla fine degli anni Sessanta la sensazione che l’economia sarebbe cresciuta senza interruzioni a ritmi elevati aprì la strada alle agitazioni sessantottine e a più aspre rivendicazioni sindacali, salariali e dei diritti, rapidamente cristallizzate nello statuto dei lavoratori. L’istituzione delle regioni a statuto ordinario e la riforma sanitaria degli anni Settanta, oltre a realizzare uno specifico dettato costituzionale e un maggiore decentramento dello stato e della pubblica amministrazione, hanno contribuito indubbiamente ad una maggiore lievitazione e disinvoltura della spesa pubblica e hanno reso più difficile il suo controllo ed il suo contenimento.

A livello mondiale, invece, la conferenza di Bretton Woods, del luglio 1944, che aveva realizzato per la prima volta un sistema internazionale basato su rapporti di cambio fissi tra le valute, tutte agganciate al dollaro, agganciato a sua volta all’oro, veniva meno alla sua funzione regolatrice. Il 15 agosto 1971 gli Usa, infatti, sospendevano la convertibilità del dollaro in oro, perché il Tesoro americano non riusciva più a soddisfare le richieste di convertibilità. La rottura di questo sistema, nel 1971, tolse alle banche centrali l’ancoraggio dell’ordine monetario internazionale. Ciò permise la fluttuazione dei cambi e l’inflazione cominciò a galoppare raggiungendo tassi a due cifre, che caratterizzarono l’economia di tutti i paesi industrializzati dell’Occidente. durante tutti gli anni Settanta Sempre sul piano internazionale, nel 1972 fu stipulato un accordo (il c. d. Primo serpente monetario) tra gli stati dell’allora Comunità Economica Europea, per mantenere un margine di fluttuazione predeterminato e ridotto tra le valute comunitarie e tra queste e il dollaro. Anche il 3 Serpente monetario, così come i successivi tentativi di regolamentazione dei cambi (secondo serpente monetario e sistema monetario europeo), naufragò schiacciato da fluttuazioni eccessive. Nel 1973 in Italia fu iniziata una radicale riforma fiscale che permise l’aumento del numero dei contribuenti (da cinque milioni nel 1974 divennero ventidue milioni) e l’aumento dell’aliquota media dell’imposta sulle persone fisiche (per il lavoratore medio dell’industria, che aveva un’aliquota media inferiore al 4%, nel biennio 1979-80 tale aliquota era già salita all’11%). Allora e in seguito, fino all’attuale pressione fiscale vicina al 44%, la riforma ha assunto senza dubbio una rilevanza epocale. Con le due crisi del petrolio degli anni Settanta il prezzo del petrolio ha subito aumenti shoccanti; il contro shock petrolifero del 1986 non ha apportato una corrispondente riduzione del prezzo del greggio, ma la differenza è stata in buona parte acquisita dallo stato attraverso un aumento dell’imposta di fabbricazione. Dalla metà degli anni Settanta all’inizio degli anni Novanta, la preoccupazione di recuperare e di salvaguardare il valore d’acquisto dei salari ha determinato una strenua difesa della scala mobile, rivelatasi però infausta e sciagurata. Essa è riuscita, apparentemente, e con ritmi costantemente sfalsati, a riallineare i salari ai prezzi, ma ha comportato per molti anni un’erosione del valore reale delle retribuzioni a causa del fiscal drag. Inoltre, accanto ai danni di un disastroso appiattimento dei trattamenti economici fra lavoratori di diverse qualifiche, ha replicato e perpetuato un processo inflattivo sempre più pesante. Nel giugno 1981 il governo, d’accordo con il governatore della banca d’Italia C. A. Ciampi, ha deciso un provvedimento disastroso relativo al debito pubblico, il “divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia”: quest’ultima non avrebbe più finanziato il debito pubblico stampando banconote e il deficit sarebbe, invece, stato compensato attraverso l’emissione di titoli di debito pubblico (bot, cct, btp); il risultato raggiunto non è stato certamente quello desiderato, quanto piuttosto quello di costringere il governo a pagare gli interessi, che vanno ad accrescere il debito stesso e a ridurre la spesa primaria (corrente e in conto capitale).
Il trattato di Maastricht, nel presupposto che la politica di bilancio è una questione d’interesse di tutta la Comunità europea, ancorché decisa a livello nazionale, fissa alcune regole fondamentali per i bilanci dei singoli stati. Esse riguardano il divieto per le banche centrali di finanziare con
moneta il Tesoro; il divieto che i rapporti disavanzo/Pil e debito/Pil superino rispettivamente il 3% e il 60%; il divieto di ogni tipo di garanzia del debito di un paese da parte degli altri paesi della Comunità. In estrema sintesi, scossoni di origine internazionale (rottura del sistema di Bretton Woods, crisi petrolifere) e nazionale (sentenza n. 1/1966 della Corte Costituzionale, aspre rivendicazioni sindacali e statuto dei lavoratori, istituzione delle regioni, riforma sanitaria ed estensione dei trattamenti delle pensioni, scala mobile, divorzio del Tesoro dalla Banca d’Italia) hanno rotto gli argini in Italia all’aumento della spesa (oltre che dell’inflazione, del deficit, del debito e degli interessi sul debito); altri fattori (riforma fiscale, contro shock petrolifero) hanno agito dal lato delle entrate pubbliche, moltiplicandole senza limite, nel vano tentativo di inseguire una spesa riottosa che, slegata da ogni vincolo, non si faceva mai raggiungere; il cittadino, sempre più tartassato, e tuttavia marchiato dell’infamia di evasore, ha visto erodere progressivamente il volare reale e monetario del proprio reddito; le imprese hanno investire ridotto i propri investimenti o hanno riparato all’estero; la crescita economica è diminuita fino a divenire stagnante e la disoccupazione è aumentata per tutte le fasce d’età; le banche hanno raffinato e sviluppato i loro giochi d’azzardo, eseguiti con i depositi dei cittadini, e si sono appassionate a 4 operazioni molto speculative, facendo guadagnare agli amministratori bonus favolosi in caso di operazioni fortunate e immiserendo i depositi dei cittadini in caso di operazioni sfortunate. I tentativi, per lo più a livello comunitario, di contrastare in qualche modo gli inconvenienti più palesi (disordine monetario, svalutazione delle monete, debito pubblico intollerabile), dal serpente monetario allo SME, al trattato di Maastricht, all’istituzione della Banca europea, all’introduzione dell’euro, hanno dato risultati insoddisfacenti, se non contraddittori. L’attuale situazione vede la pressione fiscale intollerabile, il debito pubblico non sufficientemente frenato, la disoccupazione ad alti livelli, la svalutazione in ripresa, la recessione costantemente alle porte, la speculazione sempre in agguato. La funzione economica del debito pubblico è ancora attuale?

Di fronte ad una situazione che comporta tanti e tali inconvenienti non sembra inopportuno domandarsi se la funzione del debito (privato e pubblico) da noi dedotta dall’esperienza quotidiana del privato cittadino e della famiglia, di poter affrontare subito spese eccezionali o di  particolare impegno, rinviando al futuro l’obbligo della restituzione della somma ricevuta, con la consapevolezza che si dovrà affrontare un costo aggiuntivo per il pagamento degli interessi ed una riduzione del proprio tenore di vita, non sia troppo semplicistica, o addirittura errata. Con uno sguardo alle definizioni elaborate dalla dottrina specialistica notiamo allora che il debito pubblico, come ogni altra forma di ricchezza, è stato visto nella sua funzione economica di offrire un mezzo per distribuire il reddito in un orizzonte temporale più vasto 1. Per altri 2 il ricorso ai prestiti pubblici ha lo scopo fondamentale di indurre il pubblico a detenere più titoli e meno moneta. L’ottica giustificatrice del debito sembra quindi essere prevalentemente quella del risparmiatore, il quale potrebbe ricorrere anche a sistemi diversi per distribuire il suo reddito nel tempo, non
quella dello stato, per il quale il debito comporta sempre un costo supplementare, lieve o pesante che sia.

È doveroso accennare a questo punto alla teoria della neutralità del debito pubblico enunciata dal Ricardo. Per essa il debito pubblico produce gli stessi effetti della tassazione, con la sola differenza che le imposte sarebbero sostenute in un momento futuro e gli interessi relativi non sarebbero altro che l’adeguamento della rata al valore attuale della relativa imposta. Sebbene abbia avuto un largo seguito, la teoria è tuttavia basata su presupposti che normalmente mancano nella realtà: richiede che il debito pubblico sia emesso sempre per far fronte a esigenze inderogabili, che il contribuente futuro possa sostenere un onere fiscale sempre più pesante (effetti negativi del debito sull’accumulazione), che non abbia a sua volta spese eccezionali indifferibili, o che la crescita economica sia costante e sufficiente a permettere ogni onere aggiuntivo. Ma anche nell’ipotesi che la teoria fosse corretta, non si vedrebbe il motivo di addossare a generazioni future un’imposta da pagare per una spesa inderogabile attuale. Dato che il debito pubblico costituisce sempre un problema, o un costo per la società, che nelle società contemporanee tende indefinitamente a  rescere, in termini assoluti e in rapporto al Pil, tanto da divenire a volte insostenibile per i singoli stati, se non per più vaste aree economiche
legate da vincoli di solidarietà, è bene esaminare se esistano delle strategie che consentano un rientro del debito pubblico, se le stesse siano state sperimentate nella storia, se abbiano avuto successo, se abbiano richiesto un prezzo, e quale. L’imperativo del rientro del debito pubblico

La maggior parte dei sistemi economici moderni è caratterizzata dall’esistenza di elevati livelli di debito pubblico.

1
M. T. Salvemini, Le politiche del debito pubblico, p. 223
2
G. Parravicini, Economia monetaria e creditizia, p. 597 5

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Recensione di FRANCESCA ROMANA LETTA del libro STORIOGRAFI ITALIANI DEL NOVECENTO di Roberto Melchiorre

Il “Villaggio Globale”, annullando distanze ed eliminando frontiere, crea un’inebriante illusione di libertà e di potere, dietro la quale, in realtà, si cela una strisciante massificazione. Tecnologia avanzata, velocità nell’innovazione, strumenti finanziari sempre nuovi, a qualunque latitudine sono i requisiti vincenti per affrontare la sfida dei mercati. Peculiarità nazionali e individuali vengono, così, a trovarsi sempre più in ombra, rendendo l’uomo comune una pedina anonima manovrata da forze che lo sovrastano inesorabilmente. Ma è proprio sull’onda di tale constatazione che si fa strada in molti l’imperativo categorico di riappropriarsi della propria identità a livello individuale e nazionale. E la strada prescelta non può che essere la ricerca storica, visto che solo ricostruendo il passato, sia del singolo sia delle nazioni, si possono comprendere i problemi del presente. Se si considera, inoltre, che le numerose tracce lasciate dall’uomo nella sua lunga peregrinazione sulla terra hanno sempre suscitato un profondo interesse in coloro che considerano la vita un itinerario di ricerca e non una sussistenza biologica, si può comprendere quanto grande sia il numero di coloro che si avvicinano con passione alla storia, pur non essendo dei professionisti della materia.

Ma è davvero problematico per dei dilettanti  riuscire a crearsi un itinerario coerente e costruttivo in mezzo alla immensa mole di dati, di interpretazioni e di studi offerti dalla storiografia. È proprio a questo genere di pubblico che Roberto Melchiorre, con competenza pedagogica e metodo scientifico, offre la sua guida discreta ed efficace, già palese nel suo saggio “La concezione della storia nel Novecento”. L’autore ricorda allo studioso che dietro ai fatti, sia pur attestati da documenti autentici, c’è sempre una Weltanschauung, il che significa che la storia sottintende una concezione filosofico-esistenziale, alla luce della quale ogni fatto viene interpretato. Ed è in base a tale criterio che i vari studiosi, sul cui pensiero l’autore si sofferma con semplicità e chiarezza, possono essere raggruppati in diversi filoni come storicismo, idealismo, materialismo, marxismo ed altri ancora, che propongono letture a volte contrapposte degli stessi eventi.

Tenendo sempre presente la forma mentis dello studioso dilettante, quale egli stesso era inizialmente, Melchiorre evidenzia che nel corso del tempo sono nati tanti nuovi filoni di studio: storia della moneta, storia dei partiti, delle istituzioni comunali, del lavoro, ecc., tutte angolazioni diverse per studiare ad ampio raggio la vicenda umana nei vari periodi. È nata persino la Microstoria, in opposizione o meglio ad integrazione della Macrostoria. Ciò vuol dire che non sono più considerati eventi storici solo le grandi decisioni politiche o le grandi battaglie, ma anche le tracce lasciate nel mondo dal passaggio della gente comune che non fa notizia, ma che nel suo insieme e sul lungo periodo determina cambiamenti significativi, ad esempio con l’aumento o la diminuzione delle nascite e delle morti.

Ad uno sguardo superficiale, “La concezione della storia nel Novecento” potrebbe apparire sufficiente come guida didattica, perché un discorso storico-critico su scala nazionale sembra angusto ed antiquato. Ma Melchiorre, constatando le difficoltà incontrate da molti nel collocare gli studiosi italiani più noti nell’ambito di una storiografia internazionale, ha ritenuto necessario pubblicare, ad integrazione della sua prima opera, ”Storiografi italiani del Novecento”. E, agli albori del XX secolo, il nuovo saggio di Melchiorre ci presenta la carismatica figura di Antonio Labriola, prestigioso interprete tanto della dialettica hegeliana, quanto del marxismo a cui approda gradualmente e di cui si fa promotore. La sua “concezione genetica” della storia, basata sul nesso dialettico tra pensiero e realtà, parte proprio dal Materialismo storico, considerato dal Labriola il solo sistema di pensiero capace di dare una visione integrale e realistica del processo storico.

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Storiografi italiani del Novecento


GLI IPOCRITI DIFENSORI DELLA COSTITUZIONE

di Roberto Melchiorre

 

In tema di misure atte ad uscire dall’attuale crisi finanziaria ed economica, paragonabile per gravità e durata solo alla grande depressione del 1929, si suole spesso invocare la necessità di un urgente ricorso alle riforme, che non sempre vengono, tuttavia, meglio specificate. Le divergenze riguardano, più che altro, i tempi della loro attuazione, ritenuti da taluno urgenti, da altri in qualche modo rinviabili.

In mancanza di indicazioni più precise, sembra ad ogni modo che tutti vogliano alludere alle riforme di cui normalmente si parla sulla stampa o che sono state oggetto di tentativi recenti, più o meno riusciti, di provvedimenti legislativi. Le riforme da adottare dovrebbero riguardare, pertanto, il lavoro, le istituzioni, la pubblica amministrazione e la completa sua digitalizzazione, il sistema elettorale, le pensioni, la giustizia, la scuola e l’università, il conflitto di interessi, dei quali da lungo tempo si parla, o la riduzione delle aliquote fiscali, il regolamento del risparmio e della borsa, le norme sulla sicurezza e sull’immigrazione, la cui esigenza è emersa con forza più recentemente.

Indipendentemente dalle riforme in parte già attuate e dalla maggiore o minore adeguatezza di queste e di quelle ancora da attuare a risolvere i problemi creati o aggravati dalla crisi, spesso del tutto assente, unanime risulta il grido dei commentatori e dei politici a difesa della intangibilità della Costituzione, specialmente della sua prima parte, quella che contiene l’enunciazione dei cc.dd. principi inviolabili, riaffermati, dopo e contro il crollato regime fascista, dai padri fondatori della repubblica italiana.

Più possibilisti appaiono i commentatori e le forze politiche nei riguardi della seconda parte della Costituzione, quella concernente l’ordinamento e l’organizzazione dello Stato, che potrebbero e dovrebbero essere, sotto alcuni aspetti, anche importanti, modernizzati.

Mentre i riferimenti alle riforme dell’ordinamento e dell’organizzazione dello Stato sono abbastanza precisi, le allusioni rimangono più frequentemente nel vago quando si parla dei principi inalienabili e intangibili.

Per esigenze di chiarezza, pare allora opportuno specificare quali siano i principi fondamentali tutelati dalla carta costituzionale.

I più generali, proclamati nei primi quattro articoli, sono indubbiamente la Democrazia, la Libertà, l’Uguaglianza, il Lavoro.

Essi si traducono, nel dettaglio, in una serie di diritti più particolari, che hanno effettivamente reintrodotto e realizzato, nella vita sociale e quotidiana del paese, il  clima di libertà, precedentemente conculcato.

Tra i più importanti, si possono annoverare il diritto ad un lavoro dignitoso e sufficiente (artt.1 e 4), l’uguaglianza di fronte alla legge (art. 3), la inviolabilità del domicilio (art. 14), la libertà e la segretezza della corrispondenza (art. 15), la libertà di circolazione (art. 16), la libertà di stampa (art. 21), il diritto alla difesa (art. 24), il diritto ad una retribuzione sufficiente (art. 36), il diritto all’assicurazione contro la disoccupazione, l’invalidità, gli infortuni e la vecchiaia (art. 38), il diritto alla proprietà privata (art. 42), la progressività del sistema tributario (art. 53). A quelli citati possono aggiungersi altri diritti tutelati da alcune cc.dd. norme generali dello stato o dai principi fondamentali dell’ordinamento giuridico, che, anche se non contenute direttamente nella carta costituzionale, sono pur sempre espressione di quei principi di Democrazia, Libertà, Eguaglianza e diritto al Lavoro, in essa preliminarmente affermati; così si può dire per la irretroattività delle imposizioni tributarie, di cui all’art. 3 della L. 212/2000 (c.d. statuto dei diritti del contribuente); per la irretroattività della legge penale (art. 2 c.p.); per la presunzione di innocenza, conseguente alla norma (art. 27 II c. Cost.) per cui nessuno può considerarsi colpevole fino alla sentenza definitiva di condanna; per le norme sulla giustizia amministrativa e per quelle sul “giusto processo”, che intendono porre lo stato ed il cittadino su un piano di eguaglianza processuale.

Anche dalla semplice elencazione di questi concreti diritti fondamentali risaltano immediatamente agli occhi le più evidenti modifiche già ad essi apportate, e la generale ipocrisia della propaganda politica e della pubblicistica corrente.

Il diritto al lavoro, grazie al progresso economico ed al clima politico moderato dei primi due decenni del dopoguerra, aveva raggiunto negli ultimi decenni del secolo scorso un grado soddisfacente di realizzazione, nel presupposto che il lavoratore non dovesse essere considerato solo un elemento del tutto variabile del sistema economico, alla stregua delle merci e dei prezzi, ma che avesse anche una valenza autonoma, una dignità propria, di peso maggiore degli altri, se non un valore assolutamente autonomo, quale fine e non strumento dell’attività economica. I risultati più positivi avevano riguardato una certa stabilità dei rapporti, una relativa pace sociale, un benessere diffuso, la trasformazione di una società agricola in una società industriale, il potenziamento delle imprese, una ridotta incidenza del tasso di disoccupazione, una generale fiducia nel futuro.

Le norme sul precariato, dal c.d. pacchetto Treu alla c.d. legge Biagi, da quelle sulle co.co.co. (collaborazioni coordinate e continuate), a quelle sui lavori interinali e in affitto, sui lavori occasionali, sulle collaborazioni esterne e su tutte le altre forme di lavoro instabile, che avrebbero dovuto favorire le imprese e al contempo ridurre la disoccupazione, dopo un breve periodo illusorio non hanno retto all’impatto con la grande crisi: le aziende chiudono i battenti; i lavoratori vengono posti in cassa integrazione e licenziati; la disoccupazione ha raggiunto livelli intollerabili; i giovani non trovano lavoro; dilaga il lavoro non pagato (anche nelle forme ipocrite del c.d. volontariato o degli stage) o malpagato; il futuro appare troppo spesso incerto.

Contro il principio della inviolabilità del domicilio sono spropositatamente aumentati, in anni recenti, i poteri degli uffici finanziari, che possono ora effettuare ispezioni indiscriminate, anche indipendentemente dal mandato della autorità giudiziaria (v. d.p.r. 131/86; d.p.r. 917/86; D.Lgs. 471/97); sono aumentate le intercettazioni ambientali; risultano, d’altra parte, tollerate le occupazioni abusive di case altrui.

Contro il principio di eguaglianza di fronte alla legge, accanto al moltiplicarsi dei divieti, sono proliferati trattamenti di favore, esenzioni e permessi riservati alle diverse categorie di cittadini privilegiati, tanto da trasformare i centri cittadini da luoghi liberi in zone riservate a pochi fortunati. Macroscopica appare, altresì, la posizione di forza dello stato e della pubblica amministrazione di fronte ad un cittadino che per brevi ritardi nei pagamenti è sottoposto a sanzioni pecuniarie draconiane e ad interessi usuranti, mentre lo stato e la pubblica amministrazione possono permettersi impunemente di effettuare i rimborsi dovuti agli inermi cittadini con ritardi scandalosi.

Contro la libertà e la segretezza della corrispondenza è aumentato smisuratamente il ricorso alle intercettazioni telefoniche e si prospettano incrementi delle intercettazioni nella corrispondenza informatica.

Contro la libertà di circolazione proliferano pedaggi autostradali, di tangenziali e di bretelle, di trafori e di viadotti, per l’accesso ai parchi naturali, per l’ingresso alle città d’arte, per l’attraversamento dei valichi alpini; sono diventate usuali le zone a traffico limitato dei centri urbani, sono dilagate le strisce blu per i parcheggi a pagamento, sono aumentate le video camere ai semafori, le telecamere a circuito chiuso agli accessi ai centri storici e in tutti i luoghi pubblici e privati; sono state formate squadre specializzate (i cc. dd. “ausiliari del traffico”) che, sostenute da un apparato pubblico da guerra, costituiscono il primo esempio di vere e proprie ronde private, alla caccia di cittadini non clandestini, ma facilmente individuabili dai pubblici registri automobilistici.

Contro la libertà di stampa, sono state introdotte sanzioni, pecuniarie e detentive, sempre più pesanti per i giornalisti che pubblicano notizie ritenute riservate, ma evidentemente già diffuse dai detentori; perdurano le norme sulla cosiddetta par condicio, che riservando un eguale trattamento a grandi e piccole organizzazioni politiche, mortificano, di fatto, quelle maggiormente rappresentative.

Contro il diritto alla difesa giocano le cosiddette sanzioni ridotte in materia fiscale e di circolazione stradale per coloro che rinunciano a ricorrere alla giustizia; ciò equivale a dire che coloro che si avvalgono del diritto alla difesa sono costretti a pagare per rappresaglia sanzioni più pesanti, spesso raddoppiate o moltiplicate. Gioca, altresì, contro il diritto alla difesa, l’inversione dell’onere della prova previsto per le contravvenzioni al codice della strada ed ora per alcuni reati finanziari, per cui, contro il dettato costituzionale, il cittadino si considera colpevole fino a che non dimostri la sua innocenza.

Contro il diritto ad una retribuzione dignitosa e sufficiente, così come contro il diritto alle assicurazioni sociali, giocano tutte le norme che favoriscono il lavoro precario, spesso privo di sufficienti garanzie sia in corso di rapporto, sia in caso di perdita del lavoro. In particolare, contro il diritto alle pensioni giocano molte delle ripetute riforme sulla materia, specialmente quelle che hanno sostituito il regime retributivo con quello contributivo, che renderà in breve le pensioni del tutto inadeguate ad assicurare una vita libera e dignitosa.

Contro il diritto alla proprietà privata incidono le norme vincolistiche sulle locazioni, che impongono tipicità di contratti e durate prestabilite; le norme che impongono moratorie nei procedimenti di sfratto; quelle che allargano le possibilità di confische, di requisizioni, di pignoramenti e di sequestri degli immobili e del patrimonio mobiliare, a volte estesi anche a beni altrui, riconducibili in qualche modo alle persone indagate, e riguardanti persino casi di semplici ammende per violazione al codice della strada.

Contro il diritto alla proprietà privata grava soprattutto la pesante pressione fiscale che, avendo raggiunto la percentuale media del Pil del 44%, pesa sui redditi di molti individui anche in percentuali molto più elevate: si tratta di una espropriazione quasi totale.

Contro il principio della progressività del sistema fiscale incidono le norme che hanno sensibilmente ridotto la distanza tra le aliquote Irpef minime e quelle massime, le norme che prevedono aliquote fisse per le imposte sui consumi, le quali gravano in misura maggiore sulle categorie disagiate, che hanno notoriamente una maggiore propensione al consumo, nonché le norme sulla proprietà infruttifera e quelle sui semplici trasferimenti, che pesano in modo più intollerabile sui redditi bassi.

Contro il principio della irretroattività della imposizioni tributarie costituisce una grave eccezione la norma (art. 10 L. 289/2002) che ha prolungato il periodo della prescrizione per le imposte soggette a condono fiscale e non condonate.

Contro il segreto bancario è ormai generalizzata la possibilità degli uffici finanziari di accedere alle registrazioni dei conti, esteso l’obbligo della tracciabilità delle transazioni e sempre più perseguita la via di contrastare con ogni mezzo alcuni paradisi fiscali.

In sintesi, le riforme che meglio potrebbero contrastare la crisi economica e finanziaria, come la riduzione della pressione fiscale, come la riforma delle regole sul risparmio, le banche e le borse e come quella che concerne la punizione dei responsabili della crisi, tardano ad essere perseguite. Quelle che potrebbero incidere su una migliore organizzazione delle istituzioni e dello Stato, come quella sulla elezione diretta del presidente del consiglio, quella sulla pubblica amministrazione, quella sulla giustizia e sulla tutela del parlamento e del governo dalle interferenze della magistratura politicizzata, quella sulle elezioni della camera e del senato e sulla reintroduzione delle preferenze, quelle sulle riduzioni delle spese improduttive (abolizione delle province, accorpamenti dei piccoli comuni, riduzione del numero dei parlamentari) tardano ad essere realizzate o sono realizzate in modo parziale.

Contrariamente a quanto auspicato e preteso da tutti, la maggior parte delle riforme adottate, sia pure subdolamente o inavvertitamente, dall’uno o dall’altro schieramento politico, hanno riguardato soprattutto quei princìpi sempre dichiarati intoccabili.

Il rischio reale è che la crisi possa riprendere, non sufficientemente contrastata il suo corso, forse lungo e doloroso, che lo Stato continui a riformare in modo impercettibile la prima parte della Costituzione, anziché l’ordinamento e le istituzioni, il risparmio e la borsa, la pressione fiscale. Il cittadino avvertirà sempre di più l’oppressione dello Stato, soprattutto quella fiscale, che limiterà la sua libertà di scelta. In ultima analisi, soffriranno la Democrazia, la Libertà, l’Uguaglianza, il Lavoro ed il benessere sociale, con tutte le loro derivazioni e specificazioni, ossia proprio quei principi inviolabili che tanto ipocritamente si sostiene di voler difendere.

 


NOTA BIOGRAFICA E PROFILO DELL’AUTORE

Roberto Melchiorre, avvocato, appassionato di storiografia e narratore, è nato a L’Aquila il 25 aprile 1946.

Trasferitosi con la famiglia di origine nel 1960 in Liguria, vi ha compiuto gli studi classici (ad Imperia ed Alassio) ed i primi anni della facoltà di Giurisprudenza (a Genova).

Dal 1969 (con una parentesi dal gennaio 1970 al gennaio 1971, trascorsa sull’Appennino tosco-emiliano per motivi di salute) risiede a Roma, dove, presso l’Università La Sapienza, è stato allievo di S. Cotta  e di S. Satta, di F. Santoro-Passarelli, di G. Astuti e di A. M. Sandulli e si è laureato nel 1972 in diritto del lavoro con F. Santoro-Passarelli discutendo una tesi su La Democraticità nel Sindacato.

Cattolico operante nella società civile, dopo un periodo in cui ha esercitato, con particolare cura  del settore della previdenza sociale, la professione legale (1972-1974), ha rivestito ruoli di diverso impegno ed importanza presso amministrazioni pubbliche di ogni tipo e dimensione (Azienda autonoma delle Ferrovie dello Stato, Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza Medici, Policlinico Umberto I, Unità Sanitarie Locali del Comune di Roma).

Nel 1977-78 è stato segretario nazionale del Sindacato Autonomo dei Dipendenti E.N.P.A.M. (Ente nazionale di previdenza medici), aderente alla C.I.S.A.L.

Ha insegnato dal 1982 al 1986 e nel 1991-92 materie giuridiche (diritto sanitario, legislazione sociale e medicina legale) presso i Centri didattici di alcune UU.SS.LL. della capitale.

Più recentemente, è stato responsabile dell’Ufficio Studi della normativa sanitaria e direttore amministrativo del dipartimento di medicina legale presso l’Azienda U.S.L. RM/A, dove in passato ha diretto, tra gli altri, il Settore della Previdenza e della Quiescenza, quello amministrativo del Dipartimento di Salute Mentale, quello amministrativo della Medicina Generale e Pediatrica, nonché il I Distretto Amministrativo, comprendente l’intero territorio del centro di Roma.

Ha scritto numerosi articoli (di storiografia, diritto, economia, giustizia, previdenza e sanità), pubblicati su varie riviste e quotidiani: Trentasette e Mezzo, organo ufficiale della F.I.A.L.S. – C.I.S.A.L., Rinnovamento Sanitario, mensile della F.I.A.L.S. – C.O.N.F.S.A.L., Sirene, mensile della sanità romana, diretto da G. Granito, Finanza Italiana, bimestrale economico-finanziario diretto da G. Vitangeli, L’Opinione, quotidiano diretto da A. Diagonale, Ragion Politica, trisettimanale on line diretto da G. Baget Bozzo.

E’ autore del saggio La Concezione della Storia nel Novecento – pubblicato dalle Edizioni Scientifiche Limiti, Roma – 1994, recensito sulla rivista Trentasette e Mezzo da G. Romano, del saggio Ripensare il Sindacato – pubblicato da Carlo Marconi editore, Roma- 1998, recensito da F. M. D’Asaro sulla rivista Area, diretta da Marcello De Angelis, e del saggio Storia e scienze sociali – pubblicato dal medesimo Carlo Marconi editore, Roma – 2001, recensito da A. Forzoni sulla rivista Minerva Bancaria, diretta da F. Parrillo.

Negli ultimi anni, rivalutata una concezione della storia intesa in parte in senso crociano come rientrante nella sfera dell’arte e sensibilizzato da alcune timide e recenti tendenze al ritorno alla storia narrativa, si è voluto cimentare  con una nutrita serie di Racconti, uno dei quali: “Un Palco all’Opera” ha vinto il concorso 2006 Porti Sepolti, promosso dalla rivista Orizzonti, ed è stato pubblicato nel IX vol.  dell’Antologia I Porti Sepolti.  Un secondo racconto: “Terrore sulla rotonda” ha vinto il medesimo concorso I Porti Sepolti per l’anno 2007, ed è stato pubblicato a giugno 2007 nel X volume della stessa antologia. Un’intera sua raccolta, intitolata “Sud e Nord” è stata pubblicata a giugno 2008 dalla casa editrice Aletti in seguito alla vincita del concorso “Alla ricerca dell’autore”. Il suo genere di racconti si avvicina molto a piccole, vere e proprie storie, partendo da fatti realmente accaduti, inquadrati in un preciso contesto temporale e sociale e sorretti da una trama, il cui sostegno ideologico e delle scienze sociali ed il contributo della fantasia prescindono dal riferimento al reale solo là dove non alterano la verità di fondo o la verosimiglianza o plausibilità degli avvenimenti.

Per quanto riguarda il contenuto dei suoi scritti in genere (articoli, saggi e racconti), in campo sanitario ha ritenuto di individuare la fonte primaria dei difetti endemici del sistema italiano nella lievitazione apparentemente incontenibile della spesa e nella diffusa inefficienza delle prestazioni ed ha sostenuto che ogni possibile rimedio è imprescindibile dalla netta separazione fra la sanità pubblica (diretta e convenzionata) e quella privata, dalla incompatibilità dell’esercizio delle due attività da parte dei medesimi sanitari, dalla serietà dei controlli sull’attività sanitaria convenzionata o accreditata, dal freno all’estensione illimitata e gratuita dei beneficiari extra-comunitari.

In materia previdenziale ha contestato il ritmo frenetico imposto alla riforma delle pensioni di anzianità dei pubblici dipendenti e la lesione delle legittime aspettative di coloro che si trovavano alle soglie della pensione e se la sono vista negare, perché vessatorie e inutili ai fini della riduzione della spesa pubblica. I pubblici dipendenti, infatti,  trattenuti forzatamente in servizio devono essere comunque retribuiti, e con stipendi sicuramente superiori a quelli delle pensioni da loro maturate. Ha auspicato, invece, una riforma graduale e lenta delle pensioni di vecchiaia, parallela all’aumento della vita media della popolazione, che uniformi e protragga per tutti l’età pensionabile. Ha contestato il massacro dei trattamenti pensionistici che, con la riduzione delle aliquote e soprattutto con l’introduzione del sistema contributivo al posto di quello retributivo, renderà presto la generalità delle pensioni del tutto inadeguate ad affrontare le esigenze della terza età.

In ambito sindacale ha ritenuto antiquato e superabile l’atteggiamento ostinatamente antagonista, che ha storicamente opposto i lavoratori ai datori di lavoro, giustificando e fomentando una lotta sorda ed infinita, quasi che gli interessi delle due classi siano sempre e necessariamente contrastanti, ed ha sostenuto che attraverso uno spirito di solidarietà tra i due fronti possa perseguirsi l’obiettivo di una maggiore produzione, congiunta ad una più ampia distribuzione della ricchezza. Ha ritenuto, altresì, che i compiti del sindacato non dovessero essere limitati alla tutela dei lavoratori dipendenti, ma riguardare in genere tutti i problemi del lavoro, nella loro più ampia accezione, comprendento, quindi, quelli dei pensionati, dei disoccupati e dei precari. Ha sostenuto che la loro funzione si guardasse dal difendere soprattutto le categorie più forti, trascurando quelle più deboli e legittimando una situazione di ingiustizia sempre più marcata.

In tema di giustizia ha ritenuto che il sistema della separazione dei poteri adottato dalla nostra Costituzione fosse già all’origine sbilanciato a favore del potere giudiziario, il solo che, a differenza di quello legislativo e di quello esecutivo, potesse autocontrollarsi. La situazione è stata aggravata dalla abolizione della immunità parlamentare a tal punto, da consentire una eccessiva spavalderia dei magistrati, una crescente inefficienza della giustizia ed un ostacolo costante alla governabilità del paese da parte delle forze democraticamente elette. Ha ritenuto, altresì, che tra i rimedi da adottare, importante sia, oltre al ripristino delle garanzie per il Parlamento ed alla elettività dei giudici, una netta separazione dell’attività giudiziaria vera e propria dalle attività investigativa e di iniziativa dell’azione giudiziaria, le quali ultime dovrebbero essere attribuite al potere esecutivo, con il trasferimento dei pubblici ministeri nei ruoli ed alle dipendenze del dicastero della giustizia o di quello degli interni.

Nel settore dell’economia ha soprattutto evidenziato la perniciosità della crescita costante della pressione fiscale, ritenuta la peggiore delle malattie sociali ed il cancro degli stati occidentali e dell’Italia in particolare. Essa, lungi dall’assicurare, soprattutto in Italia, servizi migliori a favore dei cittadini, comincia, oltre un certo limite (il 25%?), a soffocare la produzione nazionale. Favorisce, inoltre, la corruzione degli amministratori pubblici, accresce il loro potere ed i loro privilegi,  riduce in modo vieppiù intollerabile l’autonomia e la libera scelta dei cittadini, limita la competitività internazionale del paese, incentiva la speculazione finanziaria e spinge al protezionismo ed alla guerra tra i popoli. Proietta, infine, nelle fasce della povertà sempre maggiori fasce di popolazione, quelle più esposte ai controlli ed alle sanzioni, a favore di categorie che più facilmente, e tanto più quanto più alta è la pressione fiscale, possono evadere il fisco. Ha evidenziato, altresì, la rigidità verso il basso della medesima pressione fiscale, la quale, inesorabilmente crescente a causa della progressività delle imposte dirette, collegata più al reddito nominale che a quello reale, al di là di ogni proclama elettorale, anche quello più sincero, non permette mai di tornare ai precedenti livelli di pressione e alimenta stoltamente spese correnti, inutili, a pioggia, di natura clientelare e demagogica. Ha evidenziato che in Italia, a differenza degli altri paesi europei caratterizzati da alta pressione fiscale, la protezione sociale dai rischi è notevolmente carente, specie con  riferimento alla disoccupazione, agli assegni familiari, alla cura e all’assistenza agli anziani. Al secondo posto delle malattie gravi dell’economia nazionale, dell’Italia in particolare, ha collocato il debito pubblico, il ricorso al quale, se utile in momenti di speciale bisogno o per accrescere gli investimenti pubblici e dare nuovo impulso all’economia in fase di acute crisi, costituisce normalmente un grave limite alla capacità di governo del paese e comporta necessariamente una grave ingiustizia sociale, in quanto il peso degli interessi sul debito grava più sulle fasce dei lavoratori dipendenti, facilmente aggredibili dal fisco, e favorisce le categorie più ricche e privilegiate, che possono godere delle rendite dei loro titoli e del più favorevole trattamento fiscale. Ha individuato un ulteriore grave limite all’espandersi dell’economia nazionale nella preconcetta avversione delle politiche degli ultimi decenni allo sviluppo dell’energia nucleare, di per sè la più redditizia, autonoma e, a parità di rendimento,  la meno inquinante. Ha ritenuto utile, per combattere la disoccupazione tecnologica, una riduzione generalizzata della settimana lavorativa e uno sviluppo delle attività economiche collegate al tempo libero.

Molti sono, in diritto, i temi da lui affrontati, ma i più importanti riguardano da un lato l’insensatezza della recente legislazione del lavoro, che ha creato le più svariate forme di precariato, dall’altra la cecità delle norme limitative delle libertà individuali. Il precariato, sempre più diffuso in Italia, specie fra i giovani, a differenza della mobilità di altri paesi più vicini del nostro alla piena occupazione (ad esempio gli Stati Uniti), crea una categoria di cittadini di secondo ordine, diffonde il senso di incertezza e di smarrimento, impedisce una programmazione della propria esistenza, spegne la speranza nel futuro,  inibisce la possibilità di assumere impegni importanti e di lunga durata (matrimoni, nascite, acquisti di abitazioni), comprime l’economia generale e mina le fondamenta di una convivenza civile e pacifica. D’altra parte, le norme limitative delle libertà individuali, riguardanti soprattutto i cittadini regolarmente censiti, le fasce dei contribuenti facilmente controllabili, i lavoratori dipendenti, i proprietari di immobili, di automobili, i detentori di depositi bancari e i titolari di telefono, hanno superato largamente i limiti entro i quali una nazione può ritenersi libera. Fisco eccessivo, telecamere a circuito chiuso, intercettazioni telefoniche ed ambientali, tracciabilità delle transazioni, divieti e limiti eccessivi alla circolazione ed alla sosta degli autoveicoli, incentivi alle delazioni, normativa vincolistica delle locazioni, pignoramenti facili di immobili e mobili registrati anche a fronte di semplici contravvenzioni restringono notevolmente l’area delle libertà civili e favoriscono il ritorno ad uno stato di polizia. Paradossalmente, in Italia godono di maggiore tutela le categorie di irregolari ed i criminali, per i quali l’esigenza di rieducazione e di reinserimento nella società, costituzionalmente garantita, sembra prevalere su quella della certezza della pena. Anche i clandestini e gli extra-comunitari, per lo più privi di residenza e di fissa dimora possono facilmente sfuggire a tutte le regole, esercitare il commercio abusivamente, evadere il fisco, occupare appartamenti altrui senza pagare il canone e le bollette, guidare autoveicoli senza patente e sotto l’effetto dell’alcool e della droga, non pagare le contravvenzioni, sfuggire agli arresti, occupare gratuitamente il suolo pubblico, edificare senza concessione e nel totale dispregio di tutte le norme di sicurezza.

In materia di storiografia l’autore ha rilevato che nel corso del Novecento, che costituisce l’oggetto specifico del suo campo di indagine, le ideologie imperanti nella prima metà del secolo, lo storicismo e l’attualismo, sono entrate successivamente in crisi profonda perché compromesse o comunque incapaci a contrastare o evitare i regimi totalitari e le conflagrazioni mondiali. Anche il marxismo, cominciato ad entrare in crisi in ritardo, una prima volta e temporaneamente dopo le rivelazioni da parte di Kruscev dei crimini di Stalin, è successivamente naufragato con la caduta del muro di Berlino e le dimostrazione che i paesi del comunismo reale hanno prodotto ovunque miseria ed oppressione. Anche le correnti prevalenti nella seconda metà del secolo (Past and Present, Annales, Econometria, Nuova Storia), pur allargando il campo di indagine alle scienze sociali, alla microstoria, alla quantificazione, alla indagine seriale, alla lunga durata, hanno risposto insufficientemente, con le loro velleità neopositiviste, alle esigenze di una storiografia che possa dare spiegazioni convincenti ed indicazioni valide ad affrontare il mondo globalizzato che si è presentato alle soglie del Duemila. Non sono riuscite, infatti, a trovare regole epistemologiche nuove generalmente condivise, né leggi della storia immutabili e scientificamente verificabili. Solo il timido ritorno ad una storia narrativa, conscia dei mezzi forniti dalle scienze sociali, ma sensibile anche alla considerazione della capacità dell’uomo di essere, almeno in parte, libero ed imprevedibile protagonista di un proprio comune destino, filosoficamente identificabile, può segnare un periodo di nuova vitalità della storiografia, augurabile al XXI secolo.

Per i laici potrebbe ritenersi un parziale ritorno al Croce, da un lato alla storia rientrante nella sfera dell’arte, dall’altro alla storia intesa come realizzazione in fieri o svolgimento della Ragione del mondo, inscindibile, quindi, da una concezione filosofica, in questo caso immanentista.

Per i credenti la storia potrebbe ugualmente rientrare da una parte nella sfera dell’arte, in quanto descrizione narrativa di una trama, nella quale avrebbe spazio, oltre il contesto sociale e temporale, una parziale libertà dell’uomo, e dall’altra nella sfera della filosofia, di una filosofia trascendentale, intesa, ad esempio, come processo di realizzazione della storia  della salvezza del mondo, da e verso un principio superiore, il suo alfa e il suo omega.

In una concezione siffatta il racconto storico si può avvicinare notevolmente al racconto letterario, con la sola differenza sostanziale che il primo narra di fatti realmente accaduti, il secondo di avvenimenti anche immaginari, ma con molte, importanti particolarità in comune.

 


Giustizia da riformare

 

di Roberto Melchiorre 

pubblicato su www.ragionpolitica.it il 24 luglio 2008

La tentazione di eliminare il re, il capo o, comunque, coloro che detengono il potere è forte e di antica data, quanto la tendenza ad attribuire loro o alla loro cupidigia le cause di tutti i propri mali o delle proprie miserie, o quanto il desiderio di conquistare violentemente un potere, altrimenti irrangiungibile. Senza voler richiamare i grandi esempi della storia, quali quelli offerti dall’uccisione di Giulio Cesare, di Carlo I di Inghilterra, di Luigi XVI o dei Romanov, è più significativo, per comprendere la situazione italiana, ricordare quelli desunti dalle vicende del nostro stato nazionale, dall’unificazione ad oggi.

Fra i primi, G. Giolitti dovette subire, nel 1893, una ingiusta accusa, che lo voleva coinvolto nello scandaloso fallimento della Banca Romana, e che lo tenne per molto tempo lontano dal governo. Più eclatanti furono le vicende che portarono alle cruente eliminazioni di re Umberto I, di G. Gentile e di B. Mussolini, massacrato con la sua amante ed esposto al ludibrio del popolo con molti suoi gerarchi in Piazza Loreto a Milano. Più vicine ai tempi attuali sono le vicende successive alla proclamazione della Repubblica. Basti ricordare la campagna giornalistica diffamatoria condotta dal giornale Candido nei confronti di A. De Gasperi, la ventilata accusa di voler sostenere un colpo di stato rivolta ad A. Segni, la campagna scandalistica condotta dalla giornalista C. Cederna nei confronti di G. Leone, la prigionia e l’uccisione di A. Moro ad opera delle brigate rosse, gli attacchi e le accuse del partito comunista italiano nei confronti di F. Cossiga.

Recentemente, il fenomeno del giustizialismo nei confronti di uomini politici ha assunto, però, caratteri patologici e di cronicità. Dal tempo di mani pulite, quando, per l’opera di alcuni giudici, non insensibili agli schieramenti politici, è crollato un intero sistema politico, con l’eliminazione sostanziale dei due partiti, la Democrazia cristiana ed il Partito socialista, sui quali quel sistema si fondava, e con la decapitazione di molti suoi dirigenti, primo fra tutti B. Craxi, il furore giustizialista non si è più arrestato. Anche dopo la caduta della I repubblica e dei due partiti che all’epoca potevano ostacolare la presa del potere da parte del partito comunista l’opera dei giudici è proseguita imperterrita.

Il desiderio di vendetta e di persecuzione ha inseguito per oltre dieci anni quel simbolo del sistema caduto, che sembrava volesse sopravvivere alle sue ceneri, impersonato da G. Andreotti, accusato con la bizzarra imputazione di aver baciato il capo della mafia Totò Riina e con quella infamante e falsa di essere stato il mandante dell’omicidio Pecorelli. Ma l’infaticabilità e la costanza dei giudici con sospetto di accentuata sensibilità politica, goffamente ispirate al modello delle purghe staliniane, si sono espresse al meglio nei confronti del personaggio che inaspettatamente, alla caduta del sistema democristiano, ha saputo cogliere il momento giusto per colmare il grande vuoto e per impedire la presa del potere da parte dei comunisti: Silvio Berlusconi. Egli detiene sicuramente il record del numero degli attacchi giudiziari e dei processi intentati in tutti i tempi contro un leader politico. Egli detiene, altresì, il record delle assoluzioni dalle accuse caparbiamente e parossisticamente rivoltegli da giudici, molti dei quali in forte odore di eccessiva simpatia politica per i partiti a lui avversi.

Nei riguardi di una «giustizia» siffatta non vi è persona, oggi, in Italia, che possa negare con serenità di giudizio la necessità di una correzione e di una riforma. Quali sono le anomalie principali che hanno consentito ad uno dei fondamentali poteri costituzionali, quello giudiziario, di prendere il sopravvento sul Parlamento e sul Governo? Alla base di ogni altro difetto particolare è, a parere di chi scrive, l’eccessiva autonomia della magistratura, rafforzata dalla sua irrevocabilità, e l’abolizione di altre garanzie costituzionali, quali l’immunità parlamentare, poste a difesa degli altri organi costituzionali.

Il Parlamento risponde periodicamente al popolo, che lo conferma o lo cambia, a seconda dei risultati conseguiti, ogni cinque anni. Il governo risponde al parlamento, il quale gli accorda o gli nega la fiducia. La magistratura non risponde a nessuno. La carriera del giudice è a vita; egli è inamovibile ed è soggetto solo alla legge. Ma anche la legge è attivata tramite la promozione dell’azione penale dei pubblici ministeri, che sono giudici essi stessi, e che, nonostante la c.d. obbligatorietà dell’azione penale, scelgono oggetti, tempi e modi della sua attivazione; la legge è, inoltre, interpretata dai giudici che, specialmente nei primi stadi del giudizio, usano spesso eccessiva disinvoltura o leggerezza, come ben dimostrano le innumerevoli sentenze che rigettano gli iniziali teoremi accusatori. I parlamentari, inoltre, vengono giudicati dai giudici, appartenenti ad un diverso organo. Anche i ministri vengono giudicati dai giudici, appartenenti ad un diverso organo. I giudici vengono giudicati anch’essi dai giudici, collegati ad essi da spirito di corpo, non solo per i loro reati, ma anche per le nomine, le carriere, le responsabilità civili, disciplinari e penali.

Lo squilibrio fra i poteri dello stato risulta, a questo punto, evidente, e va necessariamente corretto. Da questa fondamentale anomalia deriva che, nonostante il principio della c.d. obbligatorietà dell’azione penale e della eguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, la obbligatorietà viene esercitata con indagini a tappeto, controlli penetranti della finanza, intercettazioni telefonche ambientali, fumose e false accuse prevalentemente nei confronti dei politici, quasi mai nei confronti dei magistrati, che, se coinvolti, si scoprono appartenere per lo più a gruppi non legati a quelli dominanti nell’ambito della categoria.

A fronte di questo accentuato attivismo nell’azione penale nei confronti dei politici risalta con la massima evidenza la inerzia e la lentezza degli altri processi penali, per non parlare di quelli civili, che tanta sfiducia da parte dei cittadini hanno alimentato nei confronti dei giudici. Se fondamentale è che la magistratura rimanga, per quanto riguarda il giudizio, autonoma e soggetta solo alla legge (quella vigente, non quella da loro auspicata) ogni altro privilegio è ingiustificato. La obbligatorietà dell’azione penale e la eguaglianza di fronte alla legge non vanno disgiunte da un altro principio fondamentale, quello della terzietà del giudice. Per questo il giudice deve essere distinto non solo dal difensore (l’avvocato), ma anche dall’accusatore (il pubblico ministero).

Non basta, quindi, la separazione delle carriere fra pubblici ministeri e giudici giudicanti. Il pubblico ministero non deve far parte dell’ordinamento giudiziario, ma è più giusto che per nomina, carriera, trasferimenti, disciplina e decadenza sia inquadrato nell’ambito di un ministero, della Giustizia o degli Interni. Potrebbe egualmente, sempre nei limiti del possibile, ispirarsi ai criteri della obbligatorietà dell’azione penale e della eguaglianza di fronte alla legge. Ma dove le umane forze non fossero sufficienti a indagare e perseguire tutte le notizie di reato, è più logico che le «priorità» vengano fissate con criteri politici generali, piuttosto che con criteri di lotta per la supremazia fra i poteri dello Stato. La supremazia, infatti, è inequivocabilmente attribuita dalla Costituzione al Parlamento.

Fondamentale è, inoltre, rimediare alla più vistosa anomalia della irresponsabilità del giudice assicurata dalla sua assoluta autonomia, inamovibilità ed irrevocabilità. Se è giusto che i giudici debbano superare un esame o, comunque, possedere idonei titoli professionali, nell’ambito dei soggetti idonei essi devono essere scelti democraticamente dal popolo, attraverso il voto, e devono avere durata non superiore a quella degli altri organi costituzionali. Chiara apparirebbe, in tal caso, l’opportunità di ridurre il ruolo del Consiglio Superiore della Magistratura. Solo con queste riforme potrà terminare la pietosa lotta fra poteri che ha funestato e sta funestando da oltre quindici anni la vita della repubblica, con un organo arroccato nei suoi privilegi e nelle sue rendite di posizione. Solo così i giudici potranno essere efficacemente richiamati ai loro doveri e giudicare con maggiore serenità e, finalmente, con la dovuta tempestività, pena la mancata loro riconferma.

Roberto Melchiorre


PAR CONDICIO: E’ VERA EGUAGLIANZA?

 

Roma, 1 aprile 2006

 

Si fa un gran parlare di par condicio. Da quando Berlusconi “è sceso in campo”, nel 1993, l’argomento torna di attualità ad ogni tornata elettorale, con una vis polemica inusitata, al limite della faziosità più ottusa.

C’è chi vorrebbe abolirla; chi vorrebbe applicarla anticipatamente; chi vorrebbe che fosse applicata soprattutto all’avversario politico.

Alcuni si chiedono, e la gente dovrebbe chiederselo più seriamente, quali siano il significato, la portata e la validità di una disciplina che, introdotta per la prima volta nel 1993, è attualmente contenuta in una Legge del 2000, la n. 28, dal titolo Disposizioni per la parità di accesso ai mezzi d informazione durante le campagne elettorali e referendarie e per la comunicazione politica.

In estrema sintesi, la Legge sembra volersi proporre l’obiettivo di garantire durante le competizioni elettorali una parità di trattamento ed una imparzialità nell’uso dei mezzi di informazione rispetto a tutti i soggetti politici (art. 1).

A tal fine, sancisce che i messaggi politici, in periodo elettorale, sono ammessi nelle reti nazionali solo se autogestiti e gratuiti.

Essi devono, inoltre, presentare liste e programmi; possono durare da uno a tre minuti per le tv; possono essere trasmessi in non più di quattro contenitori al giorno (sei per le emittenti locali), ed al massimo due al giorno per soggetto politico; devono essere divisi in modo eguale tra i partiti e le liste in competizione.

La Legge stabilisce, in sostanza, oltre al principio, di per sé sufficiente a garantire parità di opportunità, della gratuità dell’accesso ai mezzi di comunicazione più importanti, una serie di limitazioni nei riguardi dei contenuti, della durata, del numero, del sistema di gestione dei messaggi, degli spazi dove essi possono trovare ospitalità, ed un eguale trattamento verso tutti i soggetti politici, piccoli o grandi che siano.

Nell’introdurre tali criteri e siffatte limitazioni, la normativa sembra volersi ispirare a principi generalissimi e sacrosanti, contenuti anche nella nostra Carta costituzionale, soprattutto a quelli di eguaglianza e di libertà di pensiero, di cui la libertà di stampa è una specificazione.

Giustamente, quindi, il Presidente della Repubblica, sempre sensibile ai più alti principi di giustizia e di libertà, sarebbe intervenuto nell’agone politico, ancor prima che esso sia ufficialmente iniziato, ed anzi con una certa propensione ad anticipare i tempi dello scioglimento delle Camere e della indizione delle elezioni, anche se l’art 85 della Costituzione prevede, in caso di “ingorgo elettivo” per la coincidente scadenza del mandato delle Camere e del Presidente della Repubblica, non un anticipo dello scioglimento delle Camere, ma una proroga dei poteri del Presidente.

Sennonché, è lecito dubitare dell’ispirazione genuina della Legge della par condicio a quei sacrosanti principi naturali e costituzionali, segnatamente dell’eguaglianza e della libertà di pensiero e di stampa.

Per non rischiare di essere troppo influenzato e travolto dalla vis polemica innescata dalle due inaspettate vittorie (del 1994 e del 2001) di Berlusconi sulle coalizioni catto-comunisteggianti, cercherò di richiamare definizioni dottrinarie e sentenze della Corte Costituzionale risalenti a tempi non sospetti, quando ancora l’antiberlusconismo viscerale e dilagante non inquinava ogni pensiero, ogni azione, ogni notizia.

Secondo il costituzionalista Carlo Cereti, nel suo classico volume di Diritto Costituzionale edito dalla UTET nel 1966, il principio di eguaglianza contenuto nell’art. 3 della Costituzione, conformemente ad una giurisprudenza già allora consolidata della Corte Costituzionale (sentenze 26 gennaio 1957, n. 28; 14 luglio 1958, n. 52; 14 luglio 1961,n. 42; 27 febbraio 1963, n. 155) andava inteso nel senso che: ad eguaglianza di condizioni soggettive ed oggettive deve corrispondere eguaglianza di trattamento legislativo, mentre non vanno pareggiate situazioni oggettivamente diverse, perché il principio di eguaglianza vieta che si dettino leggi diseguali per casi eguali e leggi eguali per casi diseguali.

A riguardo della libertà di pensiero e di stampa, secondo il medesimo Cereti, lo Stato ha il dovere di astenersi dall’inquisire sulle convinzioni interne dell’individuo e dal collegare ad esse menomazioni e responsabilità di sorta; lo Stato deve lasciare ad ogni uomo la libertà di pensiero, perché è da ritenersi che il pensiero abbia il suo massimo e più fecondo sviluppo quando sia libero da coazioni esterne; d’altra parte, il pensiero tende per sua natura a manifestarsi ed a ricevere la comunicazione del pensiero altrui, senza di che non potrebbe ulteriormente svilupparsi e perfezionarsi. Nasce da qui la tutela costituzionale delle persone di manifestare esternamente e di comunicare ad altri il proprio pensiero con la parola, lo scritto ed ogni altro mezzo di diffusione.

La libertà di stampa è, quindi, connessa con la libertà di pensiero, poiché la stampa, solo se libera, può adempiere la sua essenziale funzione di mediatrice e di interprete tra il popolo ed i poteri costituiti, e non può, quindi, essere soggetta ad autorizzazioni e censure (art. 21 Cost.).

La libertà di stampa si estende alle manifestazioni del pensiero non soltanto attraverso lo scritto, ma con qualsiasi mezzo atto a riprodurle e destinato alla loro diffusione (art. 21 Cost.).

Dopo siffatti sani richiami alla nostra dottrina più solida ed alla giurisprudenza tradizionale, oltre che alla lettera ed allo spirito della nostra Costituzione, molti dubbi possono nutrirsi sulla nobiltà e sulla legittimità costituzionale della Legge sulla par condicio, soprattutto nei punti in cui equipara il più insignificante soggetto politico al partito più rappresentativo del popolo italiano e là dove ritiene di poter limitare entro schemi rigidi e precostituiti l’espressione del pensiero e l’esposizione dei fatti.

Qualche domanda è anche lecito porsi, da semplici cittadini, sulla opportunità di alcuni recenti interventi del Presidente della Repubblica, supremo garante della Costituzione, e sulla sua assoluta imparzialità nel presente agone politico.

Qualche certezza sulla mala fede dei partiti di sinistra è lecito nutrire, soprattutto se alle gravi limitazioni della Legge essi intendono aggiungerne altre, pretendendo un anticipo della censura ed un’estensione di questa alle comunicazioni del Governo e del Presidente del Consiglio.

 

Roberto Melchiorre


DEBOLI CON I PREPOTENTI, FEROCI CON I DEBOLI‏‏

 

Roma, 10 marzo 2008

Fra le tante eredità disastrose  che il governo Prodi lascerà a quello successivo non è certo la meno dannosa una sorta di mentalità perniciosa che, da un lato, ha favorito e coltivato tolleranza e accondiscendente inettitudine nei confronti di alcune categorie di prepotenti e, dall’altro, ispirato ferocia nei confronti di categorie più deboli ed esposte, divenute un nuovo anello debole della società italiana.

Alcuni esempi tipici, che il lettore può riconoscere come veri per la frequenza con la quale si presentano ai suoi occhi, possono contribuire a chiarire meglio l’affermazione premessa.

Recentemente, in provincia di Roma, nei pressi di Fiumicino, lungo una strada stretta e priva di protezione per i pedoni e gli utenti in attesa alla fermata dello scuolabus, un automobilista alla guida di una Fiat Stilo, procedente a velocità folle, ha provocato un incidente a catena ed una strage di 5 persone, travolte dal ribaltamento di una delle autovetture coinvolte. Non solo la pericolosità della strada e della fermata dell’autobus, ma anche l’abitudine del pilota ad una guida spericolata erano state più volte segnalate alle forze dell’ordine, rimaste inerti ed indifferenti.

In altra occasione, a Roma, un’autovettura che trasportava una persona invalida, con il contrassegno da handicappato ben esposto sul cruscotto, ha percorso un breve tratto di strada riservata ai mezzi pubblici in via Gioberti, in direzione di Via Giolitti. La solita pattuglia di ausiliari alle dipendenze dell’azienda tranviaria, ben appostata, priva di paletta e di fischietto, nonché di apparecchio elettronico indicante le targhe delle vetture abilitate al passaggio, senza tentare di contestare sul posto la pretesa infrazione, come richiesto dalla regola, senza controllare neppure al rientro in ufficio i numeri delle vetture autorizzate, ha elevato, come mille altre volte, un’ammenda di 70 €. L’invalido è stato costretto a recarsi a viale Ostiense, presso la U.O. Sanzioni Amministrative, munito di contrassegno, di documenti e dichiarazioni, e perdere, unitamente al suo accompagnatore, una intera mattinata, in mezzo al traffico della strada ed alla folla in attesa agli sportelli, per farsi eventualmente annullare, dopo 330 giorni di attesa e con l’onere di conservare per cinque anni la ricevuta del ricorso, la sanzione pecuniaria ingiustamente comminata.

Tutto questo a causa della tracotanza delle forze dell’ordine.

Quotidianamente a Roma, in viale Regina Elena, nel tratto antistante il muro divisorio del complesso policlinico Umberto I, come anche in viale delle Province ed in via Ravenna, nei pressi di piazza Bologna, file interminabili di bancarelle improvvisate di “vu cumprà” ripetono una scena visibile in ogni altra zona di quasi tutte le città d’Italia: cittadini stranieri, soprattutto extracomunitari, più o meno muniti di permesso di soggiorno, sostano perennemente esercitando commerci abusivi, ostacolando il cammino dei pedoni sui marciapiedi, la sosta delle auto ai bordi delle carreggiate, la salita e la discesa dei passeggeri sulle vetture delle autolinee urbane.

Tutto questo, nella più totale assenza e tolleranza dei vigili urbani e delle altre forze dell’ordine.

In contraccambio, quotidianamente ed implacabilmente, in ogni strada di ogni città d’Italia, schiere di cosiddetti ausiliari del traffico, in realtà esattori di tasse abusive, taccheggiano gli indifesi automobilisti che posteggiano ai lati delle strade, ignari che il codice vieta, all’art. 7, parcheggi a pagamento lungo le carreggiate o in assenza, nella zona, di un congruo numero di posti gratuiti.

Per un lunghissimo periodo a Roma, in via Catania, la palazzina sita al n. civico 9 è stata occupata abusivamente da extracomunitari e clandestini. Sono state necessarie proteste collettive, manifestazioni, raccolte di firme degli abitanti del quartiere per ottenere, dopo anni di palese illegalità, prepotenza e disdoro, la liberazione dell’immobile e la sua restituzione al legittimo proprietario. Immediatamente dopo, gli stessi sloggiati hanno provveduto ad occupare stabilmente nelle vicinanze la sede del vecchio ospedale Regina Elena, non custodito sufficientemente, e lo hanno fregiato di un enorme striscione rivendicante il diritto incondizionato alla casa per tutti, nella più totale indifferenza delle autorità.

A fronte di tanta impunità ed arroganza il Sig. Antonio Rossi (nome di fantasia), proprietario di un appartamento di due stanze in Ladispoli, cittadina di mare in provincia di Roma, affittato per un mese estivo nel lontano 2004, non è più rientrato in possesso della sua casa e non ha potuto più riscuotere alcun fitto. Essa è stata subaffittata  dall’inquilino a cittadini stranieri. Il giudice civile, al quale il proprietario si è rivolto per ottenere la casa in restituzione, indugia da anni, nominando periti, disertando le udienze, rinviando ripetutamente la sentenza. Analogamente, le autorità di pubblica sicurezza, più volte investite degli aspetti penali dell’occupazione abusiva di quell’appartamento da parte di stranieri sconosciuti, con il pretesto del segreto istruttorio non hanno mai dato al proprietario alcuna notizia. In realtà, non risulta che si siano minimamente interessati della questione.

Frequentemente è dato leggere sui giornali di persone condannate per reati di pedofilia in libera circolazione che violentano nuovamente bambini, ergastolani in licenza premio che rapinano e uccidono, pericolosi mafiosi in attesa di giudizio liberati dal carcere per decorrenza dei termini della custodia preventiva.

A fronte di situazioni di questo genere, incredibilmente permissive, si riscontrano troppo spesso comportamenti persecutori nei confronti dei contribuenti, degli automobilisti e dei piccoli proprietari.

In effetti, un contribuente che ha tardato anche di un solo giorno il versamento dell’IRPEF è sottoposto ad una sanzione che, ragguagliata ad un anno, può raggiungere percentuali di gran lunga superiori all’interesse chiesto dal peggiore usuraio in circolazione; l’automobilista colpito da sanzione amministrativa ingiusta che decide di ricorrere alla giustizia rischia di dover pagare sanzioni pressoché raddoppiate; il pensionato proprietario di un appartamento che ingenuamente decide di sopraelevare la rete che divide il suo giardino da quello del vicino senza il preventivo pagamento della tassa connessa alla presentazione della DIA rischia sanzioni pecuniarie di oltre 500,00 €, a volte superiori  alla sua pensione mensile.

Dal quadro che emerge dagli esempi offerti risulta che, accanto alle classiche tipologie di emarginati pacifici ed onesti, mai sufficientemente assistiti e protetti (anziani, disoccupati, disagiati mentali, senzatetto…) nonostante una pressione fiscale che sfiora ormai il 50% del PIL, crescono nuove categorie di deboli ed indifesi (contribuenti, automobilisti, pensionati, piccoli proprietari), appartenenti a categorie che non molto tempo fa si ritenevano privilegiate, e che oggi, pur continuando a sostenere con le loro tasse le fondamenta della società, sono inesorabilmente perseguitati e sono meno protetti degli antichi poveri, per non parlare dei delinquenti. Accanto a loro prosperano e sono protette categorie di prepotenti, che spesso godono di esagerate garanzie o di un particolare tipo di immunità (clandestini, delinquenti, occupanti abusivi, veri o falsi nullatenenti), derivante da leggi permissive e dalla ignavia nei loro confronti delle autorità pubbliche  e delle forze dell’ordine, che preferiscono colpire il cittadino regolare, solo perché è più facile individuarlo e ghermirlo.

Roberto Melchiorre


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